Il cadavere del gladiatore veniva tratto di poi, come ricorda Lampridio nella Vita di Commodo, col mezzo d’un gancio nella camera, che pur si vede nell’anfiteatro di Pompei, la quale veniva detta lo spoliario: gladiatoris cadaver unco trahatur et in spoliario ponatur[148].
Ogni anfiteatro poi aveva la porta Libitinense, dalla dea Libitina, nel cui tempio custodivansi gli apparati funebri, e da cui, collocati dentro la sandapila, o bara, escivano, a spettacolo compiuto, i morti corpi per trasportarsi al carnajo.
I gladiatori invece ch’erano riusciti vittoriosi nell’arena ottenevano duplice premio: la palma e il denaro: altri ne avevano pur dai privati, massime per le vinte scommesse, e a tale crebbero che dovette il principe intervenire a moderare le donazioni.
Ai veterani concedevasi la bacchetta, rudis, quasi in segno di magistero: anche a’ nuovi era essa accordata per alcun fatto cospicuo e per acclamazione di popolo, impetrata spesso dal gladiatore medesimo. Effetto della stessa era d’essere liberati nello avvenire dall’obbligo della arena, e gli auctorati d’essere restituiti alla prima libertà. Questi privilegiati della bacchetta denominavansi Rudiarii; ed assolti da’ combattimenti ulteriori, sospendevano le loro armi nel tempio di Ercole, che si reputava essere il nume che presiedeva ai gladiatori.
Un’altra razza di gente che offerivasi in ispettacolo nel circo erano le Ambubaje. Oriunde queste della Siria, o come qualche altro scrittore pretende, derivate da Baja nel golfo di Napoli, onde avessero dedotto il nome, perchè le donne di quel luogo, — celebre per le sue terme, a cui nella state affluivano le eleganti e lussuriose femmine dell’Urbe e gli uomini più rotti alla scostumatezza, — solevano pur concorrere in Roma ad esercitarvi la lascivia e sonando e cantando[149] campavano la errabonda vita, suonando cioè le tibie, e cantando ballate. La bellezza e procacità loro, cui lo spettacolo aggiungeva rilievo e prestigio maggiori, del modo stesso che ballerine e mime pur oggidì sono meglio appetite da’ nostri ricchi fanulloni, le rendeva ambite dalla libidine de’ facoltosi, cui e nel circo e in posti di pubblico ritrovo si concedevano, ed a questa passione per esse allude il seguente passo della Satira III di Giovenale, che già ne occorse di conoscere come il pittore più accentuato dei costumi romani del proprio tempo:
Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,
Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;
Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,
Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?
Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,