Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,
Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquam
Hos habitus?[153]
Un breve cenno or debbo fare dei giuochi Florali, i quali si celebravano in Roma nelle Calende di marzo di ciascun anno. Se può esser vero che non egualmente si festeggiassero in Pompei, nondimeno, siccome ho detto che lo studio di questa città ci trae a conoscere la vita romana, parmi così non dover passare sotto silenzio questi giuochi speciali, che nel quadro dei giuochi circensi reclamano indubbiamente un posto, per il forte rilievo che danno al degenere costume di quel popolo.
I Sabini, da cui tanto dedussero di costumanze e di riti i primi Romani, ebbero in onore il culto di Flora, questa ninfa che, sposa a Zeffiro, ebbe da lui in dote l’impero de’ fiori. Essi lo trasmisero ai Romani a’ tempi di Tazio loro re, e se la gentilezza e purità del regno di questa Dea avrebbe dovuto informare i suoi adoratori a leggiadri riti, vuol esser detto perchè invece fossero essi in Roma non meno impudici ed osceni de’ Lupercali, che per le sue vie in altro tempo venivano celebrati in onore della Lupa, ossia della cortigiana Acca Larenzia, con quel nome designata per cagione de’ suoi sfrenati costumi, la qual raccolse ed allattò Romolo e Remo.
Una cortigiana venuta di poi, denominata Flora, che volle appropriarsi il nome d’Acca Larenzia, in memoria della prima, chiamava erede de’ molti suoi beni, frutto di sua vita sciupata, il popolo romano, il quale riconoscente la collocò nel novero delle sue divinità, e le eresse un tempio rimpetto al Campidoglio; onde avvenne che, istituendosi a suo onore de’ pubblici giuochi quali si dissero florali, venissero facilmente confusi con quelli innocenti della prima Flora.
Invocata nelle intemperie delle stagioni, o quando lo imponevano i libri sibillini, se ne celebravano i giuochi, i quali poi nel 580 di Roma, in occasione di calamitosa sterilità durata per molti anni, diventarono annuali, per decreto del Senato.
Come i Lupercali, che ho testè ricordati, celebravansi pure i Florali dapprima a notte al chiaror delle faci, nella strada Patrizia, ove trovavasi un circo di sufficiente grandezza. Quivi erano cantate le più oscene canzoni; quivi cori di ignude cortigiane, che con procaci movimenti compivano svergognate le più ributtanti lascivie e si prostituivano, plaudente il popolo, a uomini brutali che, parimenti ignudi, si erano a suon di trombe precipitati nell’arena.
Narrano le storie come un giorno Catone, l’austero, fosse comparso nel circo in occasione appunto che stavano i giuochi florali per incominciare, perocchè gli edili avessero già fatto dare il segno. La presenza del gran cittadino impedì che l’orgia scoppiasse: le meretrici, per reverenza si strinsero nelle vesti loro, tacquero le trombe, il popolo ammutì. Chiedea Catone onde sì improvvisa sospensione, e avutone in risposta esserne causa la sua presenza, egli alzatosi prontamente allora e recatosi alla fronte il lembo della toga, uscì dal circo. Il popolo applaudì, caddero subito le vesti alle sciupate, squillarono le trombe e lo spettacolo ebbe il suo corso.
Fu per avventura ad una di queste feste, che, regnando Nerone, venne offerto l’infame spettacolo nel circo, che Svetonio ricorda e che Marziale fe’ subbietto al sesto Epigramma del Lib. I. che basterà di per sè a stigmatizzare il costume di quel tempo.