Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse[175].

Ma la gloria di far iscomparire dalla terra queste vere vergogne dell’umanità, che furono i giuochi gladiatorj, in cui la vita dell’uomo era offerta al ludibrio ed al capriccio della plebe, spettar doveva alla nuova dottrina del Cristo, che si andava per l’orbe diffondendo. Sarei nel dire di questo importantissimo argomento fuori veramente dell’epoca cui deve restringersi l’opera mia; ma, come dissimularlo? come, dopo avere turbato l’animo del lettore col ricordo di tanti strazii, non segnalargli poi il tempo in cui ebbero fine, e più ancora come non segnalare il principio, al quale andò debitrice di tanto beneficio la povera e depressa umanità?

Il Cristo era venuto a spezzar la catena dello schiavo, a proclamare il suo codice di libertà, d’eguaglianza, d’amore, e santificando col proprio supplizio la croce, segno dapprima d’infamia, l’aveva reso un oggetto di gloria. Sparso il buon seme della nuova dottrina, fruttificata dal sangue di tante migliaja di martiri, che spesso in onta alle debolezze dell’età o del senso, incontravano fra i più barbari tormenti la morte senza pur dar un gemito, ma salmodiando a Dio e benedicendo a’ loro persecutori, mentre i più efferati ladroni mandavano sempre fra gli spasimi bestemmie ed urli, doveva necessariamente riformarsi il costume e dovevano tornare in obbrobrio i cruenti spettacoli del circo e dell’anfiteatro.

Fu Costantino imperatore, nell’anno 1067 di Roma, che in omaggio a’ cristiani principj, ch’egli aveva abbracciato, bandì la legge santissima che i gladiatorj ludi in tutto il romano impero aboliva. Pur nondimeno, diradicare d’un tratto e per sempre sì inveterate e glorificate abitudini non fu possibile, e un cotal poco fecero ancora esse capolino sotto Costante, e poscia sotto Teodosio e Valentiniano imperatori, ed anche sotto Onorio si aprì ai gladiatori in Roma il Coliseo. — Fu in siffatta occasione che avvenne scena in cui tutto si pare il coraggio e l’entusiasmo cristiano.

Era l’anno 404 dell’Era Cristiana, quando questi ludi si offerivano nell’Anfiteatro Flavio in Roma. Quivi, venuto dall’Asia, era un monaco di nome Telemaco, e avuto notizia che il sanguinoso spettacolo seguiva in un determinato giorno, vi si recava animato dal più santo zelo, e quando essi appunto fervevano, immemore d’ogni umano riguardo, precipitatosi nell’arena e gittatosi fra le coppie de’ combattenti, in nome del suo Divino Maestro e della cristiana carità, tentava disgiungere i gladiatori e farli cessare dal sangue. Sollevavansi a quell’atto furibondi gli spettatori, che si vedevano sturbato il loro migliore divertimento, e dato di piglio alle pietre, lapidarono colà il monaco generoso. — Di ciò si valse appunto l’imperatore Onorio, perchè, proclamato Telemaco martire della fede, si avesse a richiamare alla più severa osservanza l’editto di Costantino.

I gladiatori adunque scomparvero di tal modo, quantunque le caccie degli animali feroci durassero sino alla caduta dell’impero d’occidente[176], e cessarono pure le persecuzioni contro i credenti del Cristo. «Voi che vi lagnate — sclama Cesare Cantù — perchè i simboli della passione del Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato»[177].

A compir le notizie che riguardano i ludi del Circo e dell’Anfiteatro, mi resta a dire delle sparsiones e missilia, che accompagnavano quasi sempre gli spettacoli che offerivansi in essi, quando chi ne sosteneva le spese erano il principe, o i maggiorenti della repubblica o dell’impero.

Queste missilia e sparsiones erano doni che si facevano al popolo da chi dava i giuochi. Distribuivansi a mezzo di tessere di legno, sulle quali stavano scritte le cose cui davano diritto, lo che recherebbe l’idea d’una gratuita lotteria, quando però non fossero gli oggetti stessi, i quali allora si venivano con gran tafferuglio disputando. I valori e la spesa per siffatti regali quali fossero, possiam raccogliere da Svetonio, là dove tratta delle missilia e delle sparsiones, distribuite da Nerone. «Nei giuochi, scriv’egli, per l’eternità dell’impero che Nerone appellò massimi, persone dei due ordini e dei due sessi sostennero parti divertenti. Un notissimo cavalier romano sedendo su d’un elefante trascorse su d’una corda distesa (cathadromum) in direzione obliqua. Si recitò una commedia d’Afranio intitolata L’incendio e si abbandonò agli attori il saccheggio d’una casa divorata dalle fiamme. Ogni giorno si facevano al popolo tutte sorta di larghezze (sparsa et populo missilia), si largheggiavano a lui buoni pagabili in grani, vestimenta, oro, argento, pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, animali addomesticati, e finalmente si giunse per pazza liberalità a regalare vascelli, e perfino isole e terre[178]

E così fece dopo anche Tito, ammanendo ludi e feste per cento giorni, nella dedica dell’Anfiteatro Flavio da lui compito; come prima di essi, un semplice privato, Annio Milone, quello stesso che fu difeso da Cicerone, sprecò tre patrimonj per gli stessi dispendj. Probo, figlio di Alipio, pretore; Simmaco pretore del pari, per non dir di tutti, profusero, al medesimo scopo di Claudio di blandire il popolo, infiniti tesori.