Euripide, che i bagni di mare avevan guarito da pericolosa infermità volle forse alludere ad essi quando disse:
Lava il mar tutti quanti i mali umani.
L’uso dei bagni in Italia fu frequentissimo in allora, assai e assai più che di presente. Servio, lo scoliaste di Virgilio, commentandone un passo coll’autorità di Catone e di Varrone ci fa sapere che gli Stati primitivi portavano i loro pargoli a’ fiumi e col ghiaccio e coll’acqua rendevano i loro corpi più duri e più sofferenti, ciò che narrasi avere pur fatto gli Spartani, i Germani ed i Celti. Ma del non essere rimasta dopo l’impero di Roma, la consuetudine dei bagni, così frequente ed eccessiva in Italia, non se ne vuole, come fa il francese Bréton, ligio in questo al mal vezzo del suo paese, di buttarsi in ogni occasione a detrarci, inferire contro noi, che scostandoci dalle consuetudini de’ nostri padri, siam portati a bagnarci ben più raramente che non gli abitanti delle contrade del Nord. Io non reputo vera l’accusa. Non saprei indicare qui esattamente tutte le stazioni termali della Penisola, sia per cure idropatiche, che di puro convegno estivo. Forse tra noi non hanno esse tanta nominanza quanto le terme di Baden, di Spa, di Omburgo, di Aix, di Plombières e va dicendo, per ciò solo che meno immorali, noi non vantiamo ai bagni nostri di Acqui, d’Abano, di Montecatini, di Genova, di Livorno, di Venezia, di Rimini, di Salsomaggiore, di Recoaro e dei cento altri luoghi in ogni parte d’Italia, che salutari guarigioni e non rovine di sostanze giuocate sui scellerati tapis verts.
In quanto ai tempi di Roma antica, trovandosi essa sotto clima meridionale, dove la traspirazione è abbondante nella estiva stagione, e siccome non si avesse ancora l’uso delle biancherie, ossia de’ pannilini, nelle vestimenta, — la cui introduzione avvenuta forse intorno al secolo sesto, secondo il Manni[181] e il Ferrari e il Mercuriale da lui citati, credono essere stata cagione della diminuzione della pratica quotidiana dei bagni, ridotta quasi al solo uso della medicina[182] — è certo che dovendo vestire immediatamente presso la pelle la lana e aver soli sandali ai piedi, il sudore e la polvere dovessero esigere giornaliere abluzioni e persuadere così il generale e ripetuto uso de’ bagni.
Era questo una misura igienica. Ne’ primi tempi anzi la salute solo e la decenza lo consigliavano e reclamavano: l’idea del lusso o della mollezza non c’entrava ancor punto. L’uso era di bagnarsi tutti i nove giorni, all’epoca cioè del mercato, che seguiva appunto con questi intervalli, come già ne tenni parola, trattando del Foro Nundinario.
Dapprima i bagni pubblici non furono che edifizj massicci, rischiarati piuttosto da fessure che da finestre, divisi in tre comparti, o camere, la caldaria, la tepidaria e la frigida; nomi che indicano da sè stessi la loro speciale destinazione. Consistevano del resto allora semplicemente in ampie vasche in cui poteva ognuno entrare per lavarsi e nuotare, usanza tolta a prestito agli Spartani; ma, ai tempi di Pompeo, si eressero luoghi più adatti; quantunque, come già dissi, la ricercatezza e splendidezza, perfino eccessive, delle Terme, non si noti che più tardi, cioè sotto di Augusto e de’ suoi voluttuosi successori.
Per consueto si faceva uso dei bagni prima della cena ed anche dopo i passeggi, le esercitazioni ginnastiche e il lavoro; il più spesso per ragion di bisogno, non rado tuttavia per ragione di semplice diletto. Si giunse a un tempo perfino di eccesso nell’uso di essi; perocchè si legga che Commodo otto volte il dì si lavasse; Gordiano il giovane e Remnio grammatico sette volte, e i fannulloni passassero nelle terme la più gran parte del giorno e della notte; nè ciò si verificasse soltanto de’ più potenti e ricchi, ma de’ privati ben anco, ivi allettati viemmeglio dal concorso delle cortigiane; e Plinio perfino rammentò di schiavi, che vi profondevano ricchezze, quale era il gitto di preziosi unguenti, di cui pavimenti e pareti rimanevano imbevute.
Seneca — e ciò valga a dimostrare la sontuosità di codesti publici convegni — in bagni plebei trovò fistole, o condotti di acque, lavorate in argento, e in quelli di gente libertina vide con giustissima indegnazione profuse perfin le gemme.
Valerio Massimo e Macrobio attestano che un Sergio Orata avesse immaginato, a maggiore studio di voluttà, dei bagni pensili.
Così dagli scrittori citansi in Roma le Balineæ Palatinæ, poste cioè sul clivo Palatino; quelle di Mecenate, quelle di Nerone, di Agrippina nel colle Viminale; di Stefano, ricordate da Marziale nel lib. XI de’ suoi epigrammi, in quello indiritto a Giulio Cereale: