Octavum poteris servare, lavabimur una;
Scis quum sint Stephani balnea juncta mihi[183];
di Novato pur sul Viminale; di Olimpiade; di Paolo; di Policleto e di Claudio Etrusco, di cui parla Stazio nel lib. I delle Selve, facendone l’entusiastica descrizione, e Marziale suddetto nel sesto degli Epigrammi.
Il qual ultimo poeta fa menzione dei bagni pure di Tucca, di Fausto, di Fortunato, di Grillo, di Lupo, di Pontico, di Severo, di Peto e di Tigellino. Del resto è impossibile tener conto di tutti i pubblici bagni di Roma, se già dal tempo d’Augusto se ne noverassero sin ottocentocinquantasei, e sotto Antonino, nelle terme da lui costrutte, vi fossero milaseicento sedili di marmo o di porfido e vi si potessero riunire fin tremila bagnanti, e tremila e duecento in quelle di Diocleziano. Il solo Agrippa aprì centosettanta bagni pubblici e volle fossero gratuiti; oltre che ogni benestante, appena l’avesse potuto, accostumò aver nella propria casa il proprio bagno particolare.
Con quanta profusione di ricchezza si ornassero questi luoghi ho già detto e la fantasia appena può immaginarlo. Plinio lasciò ricordato che nei bagni degli imperatori sul monte Palatino vi fossero vasche e mobili d’argento nelle sale destinate alle dame. Pitture, statue, bronzi, mosaici vi abbondavano, nè facea difetto in questi sontuosi edifizj di tutto quanto potesse solleticare i sensi e ricreare gli spiriti.
Per farsi ragione di quanto lusso essi fossero, non sia discaro recar alcuni versi del succitato Stazio, ne’ quali parla dei bagni, che ho pur più sopra mentovati, di Claudio Etrusco.
Non huc admissæ Thasos, aut undosa Charistos,
Mœret onyx longe quæriturque exclusus Ophites:
Sola nitet flavis Nomadum decisa metallis
Purpura, sola cavo Phrygia quam Synnados antro,