Æra, sed argento felix propellitur unda
Argentoque cadit, labrisque nitentibus instat,
Delicias mirata suas et abire recusat[184].
Ma perchè non si creda che il Poeta vi abbia aggiunto del proprio, ascoltiamo Seneca, nel passo al quale ho superiormente fatto cenno, che sembra essersi incaricato di trasmetterci le notizie di tutti i raffinamenti del lusso spiegati nei bagni, istituendo un paragone fra il presente e il passato con viva ed energica pittura e non dissimulando l’aspirazion sua verso l’antica semplicità.
È la vista della villa di Scipione a Literno che gli detta le seguenti considerazioni. «Io vidi, scrive egli, il bagno piccolo, oscuro e tenebroso, secondo il costume de’ nostri maggiori: credevano essi necessario per aver caldo, che non ci si vedesse molto. Fu gran piacere per me di mettere a raffaccio i costumi di Scipione coi nostri. È in questo tetro asilo che quell’eroe, il terror di Cartagine, lavava il proprio corpo, stanco dalle fatiche della campagna. Oggi chi consentirebbe a bagnarsi così? Si crederebbe versare nell’indigenza, se le pietre preziose, regolate da abile scalpello, non risplendessero da tutte parti sui muri; se i marmi d’Alessandria non fossero interamente incrostati di marmi numidi, se la volta non fosse di vetro, se le piscine non recinte da marmo di Taso, meraviglia codesta riservata un tempo appena a qualche tempio privilegiato, se l’acqua non iscendesse da canne d’argento. E io non parlo finora che di bagni plebei; ma che sarà se passiamo in quelli de’ liberti? quante statue, quante colonne che sostenevano nulla, ma vi son collocate solo per ornamento dell’edifizio! Tale è oggidì la nostra delicatezza, che noi non permettiamo a’ nostri piedi che di calpestar pietre preziose. Nei bagni di Scipione non trovansi che piccole fessure per finestre: oggi invece si dice d’un bagno: è un antro, se non è disposto in guisa di accogliere a mezzo di immense finestre il sole durante tutta la giornata, se dalla vasca non si scorgono le campagne ed il mare. In addietro si contava picciol numero di bagni, ed essi erano assai poco ornati: perchè, infatti, spiegare della magnificenza in edificj in cui s’entrava col pagamento d’un quadrante e che erano destinati all’utilità piuttosto che al piacere? L’acqua non vi cadeva già a cascate e non si rinovellava senza interruzione: quanto non si troverebbe grossolano di non aver introdotto la luce nel suo caldarium a mezzo di larghe pietre speculari e di non essersi proposto di digerire nel bagno! Oh lo Sciagurato! ei non sapeva vivere! Non si bagnava già in un’acqua limpida e calma, ma torbida il più spesso e limacciosa! ma poco a lui ciò caleva; perocchè egli colà traesse a lavare i suoi sudori, non i proprj profumi. Che direste voi dunque se sapeste com’ei non si bagnasse già tutti i giorni, non più de’ suoi contemporanei? Oh gli uomini sucidi, direste voi! — ma lo si è diventati di più da che i bagni si sono moltiplicati. Che mai dice Orazio per dipingere un uomo screditato dagli eccessi del suo lusso? Ch’ei pute di profumi. Scipione putiva di guerra, di fatica, di eroe. Scegliete fra Rufillo e Scipione.»
Ma se così erano i bagni pubblici e privati, faccia ragione il lettore che dovessero essere le terme, se a’ bagni fu sempre assegnato un significato più semplice e più modesto, e alle terme si applicò per contrario quello d’una magnificenza maggiore e d’una più grande estensione.
Le rovine che tuttavia sussistono gigantesche fanno fede di ciò e giustificano la sentenza d’Ammiano: Lavacra in modum provinciarum exstructa, quasi le terme emulassero in vastità, non che le città, le intere regioni. Infatti si vuole che le terme di Settimio Severo occupassero uno spazio di centomila piedi quadrati.
Ma come, dirà naturalmente il lettore, poteva il solo corpo delle terme occupar tanto spazio? Nelle terme, oltre le piscine, o gran vasche per nuotare allo scoperto e i battisterii pei bagni freddi a immersione, eranvi celle pei bagni particolari, portici e xisti, specie di giardini alberati, per le passeggiate, sferisterii o sale per giuocare alla palla, conisterii o stanze co’ pavimenti di sabbia onde stropicciare i corpi unti dei pugili, teatri per rappresentazioni drammatiche, circhi per ludi gladiatorj, esedre per conferenze filosofiche e letture di poemi, palazzi e templi, biblioteche ed efebei, o luoghi destinati alla educazione della gioventù, e tali e tanti altri edificj che agli imperiti venne poscia autorità di chiamar col nome di terme i più cospicui monumenti che rimangono dell’antico.
Si fecero terme estive e terme jemali, che Gordiano insegnava erigere nella medesima località; ma prevenuto da morte, non potè recare ad effetto. Aureliano le fabbricò poi in Trastevere ed aperte prima tutte soltanto di giorno, poscia si resero accessibili anche di notte.
Ecco ora, secondo l’ordine di loro anzianità, le più celebrate terme di Roma: