Prima quelle di Agrippa, che Plinio, alla cui Storia Naturale son costretto sempre a ricorrere, chiamò fra i precipui ornamenti della città: ebbero archi e pavimenti di vetro e le migliori commodità.
Seguon quelle di Nerone, delle quali Marziale, nell’epigramma 34 del lib. VII, disse il maggior elogio, come del loro signore rese la più trista testimonianza:
Quid Nerone pejus?
Quid thermis melius Neronianis?[185]
quelle di Tito, alle quali accenna il medesimo Marziale nell’epigramma 20 del lib. III:
Titi ne thermis an lavatur Agrippæ?
An impudici balneo Tigellini?[186]
quelle di Domiziano, quelle di Trajano, quelle di Severo e quelle di Antonino, di tanta mole codeste ultime ed artificio che, se vuolsi aggiustar fede a Sparziano, eziandio dotti architetti negassero prima potersi di tal modo costrurre.
Vengono altresì le terme dette Siriache; le terme di Alessandro; quelle di Gordiano sontuosissime; di Filippo, di Decio, di Aureliano e di Diocleziano. Queste occuparono buona parte del Viminale, e dalle loro imponenti rovine si argomentarono e i fornici altissimi e le ammirabili colonne e tutta la imponenza degli altri edificj.
Finalmente si rammentano le terme di Costantino nel Quirinale, un fornice delle quali ascendendo Giorgio Fabricio, vi giunse ad annoverare quasi cento gradini[187].