Come poi fossero, per così dire, divenute obbligatorie le splendidezze ed il lusso maggiori in cosiffatti stabilimenti, ce lo ha già appreso quel passo di Seneca, che ho superiormente riferito.

Or si comprende adunque come tanta parte degli antichi capolavori dell’arte greca pervenuti infino a noi e che formano i principali ornamenti e vanti dei nostri musei e gallerie, si avessero a ritrovare nelle terme. Il gruppo del Laocoonte si rinvenne in quelle di Tito; l’Ercole e il Toro Farnese, il Torso di Belvedere, la Flora Farnese, i due Gladiatori e il gruppo di Dirce legata da Zeto e Anfione ad un toro selvaggio, si scoprirono nelle Antoniniane, dette altrimenti di Caracalla, opere tutte che si conservano nel Museo Nazionale di Napoli. Si comprende eziandio come avesse potuto Michelangelo una sola stanza delle Terme Diocleziane, tramutar nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli la più grande in Roma, dopo quella di S. Pietro.

Delle terme Antoniniane o di Caracalla, l’architetto Pardini sui ruderi esistenti ne ricostruì il disegno primitivo, onde è dato di ricordarne le parti alla maggiore intelligenza di tali stabilimenti, ed io lo farò, ajutandomi con quanto ne ha pur fatto il De Rich: perocchè suppergiù sieno le altre terme egualmente conformate[188].

Una colonnata corre lungo tutta la facciata e fronteggia la strada: sarebbe stata annessa alla fabbrica primitiva sotto Eliogabalo in parte e compiuta sotto Alessandro Severo. Dietro tale colonnata evvi una fila di celle con un apoditerio o spogliatojo annesso a ciascuna per uso delle persone che non amavano di bagnarsi in pubblico. Nel mezzo della fronte s’apre l’ingresso. Tre corridoi semplici intorno al corpo centrale dell’edifizio, con un doppio corridoio dal lato ovest, ristaurati dal detto Pardini secondo il modello del ginnasio d’Efeso benchè non ne rimanga ora veruno; pur senza di essi vi sarebbe stato manifestamente un vuoto che conveniva riempire. Da ambo i lati della generale costruzione stanno le exedræ, ove sedevano e conversavano insieme filosofi e letterati, costruite con un abside semicircolare che dal lato sinistro tuttavia si conserva e intorno alla quale erano disposti i sedili. Nel mezzo di tale abside vi sono i corridoi conformi alli xisti greci, con terreni per esercizj sul davanti e che avevano alle due estremità una stanza separata, che serviva probabilmente a qualcuno degli esercizj o giuochi di provenienza greca. Fra questi xisti, dall’uno all’altro vi erano praticati passeggi scoperti (hypetræ ambulationes) piantati d’alberi e arbusti e con ispazj vuoti nel mezzo per gli esercizj del corpo. Nella parte postica dello stabilimento è delineato lo stadio, con sedili all’intorno, dove gli spettatori prendevano diletto alla corsa e agli altri esercizj, che vi si facevano; quindi anche il nome di theatridion. Le costruzioni dietro lo stadio contengono serbatoi di acqua e fornelli al di sotto, che riscaldavano l’acqua pei bagni fino ad una certa temperatura, prima che fosse travasata da tubi nelle caldaje immediatamente contigue alle stanze dei bagni. Quanto alle altre stanze situate in questa estremità dell’edifizio non saprebbesi determinarne in modo autentico l’uso speciale, dove non servissero all’uso della ginnastica, essendo appunto prossime ai posti o terreni destinati alla medesima.

Il corpo centrale del fabbricato conteneva le stanze del bagno, alcune delle quali serbano tuttavia qualche traccia della loro destinazione così da potersene con fiducia assegnar l’uso ed il nome; quindi la natatio, ossia una gran vasca da potervi nuotare, fiancheggiata da ogni parte da una serie di stanze che servivano da apoditerj e da camere per gli schiavi, capsarii, che prendevano cura delle vestimenta deposte da coloro che si bagnavano; il caldarium con quattro bagni di acqua calda, alvei, ad ogni angolo, e un labrum, o gran vaso a fondo piatto per l’acqua, onde spruzzarsi il volto nell’altezza della temperatura, da ciascuno de’ due grandi lati. Le stanze che seguivano appresso contenevano il laconicum, o bagno a vapore, a cui probabilmente serviva la camera circolare, posta propriamente nel centro dell’edificio. Avanti di essa, ai lati pure, stavano cisterne d’acqua alimentate dai serbatoi posti all’estremità opposta. Due grandi spazj vicini ai corridoi laterali valevano di stanze coperte per passeggiarvi nel tempo cattivo e di sferisterii, o sale pel giuoco della palla, a cui si davano con molto ardore i Romani; quelle che si trovano più oltre, sotto un doppio portico erano due bagni freddi a immersione, baptisteria, con una stanza per ugnersi, elæothesium, e una camera fresca, frigidarium, egualmente da ciascun lato. Nel suo complesso la fabbrica occupa un’area d’un miglio di circonferenza, o 1851 metri. Il corpo centrale aveva inoltre un piano superiore, dove probabilmente dovevano essere biblioteche e gallerie di quadri.

Per ciò che spettano all’argomento delle Terme, non dimenticherò di dire ora una parola de’ Ninfei. Che si fossero veramente, è controverso ancora: due principali sono i significati che vi si assegnano. Il Monaco Zonara, che scrisse intorno agli Imperatori Greci, vorrebbe i Ninfei essere stati pubblici palazzi, nei quali si celebrassero nozze e che venissero aggiunti ai massimi palagi a seconda del bisogno: altri opinano invece che fossero luoghi pubblici di piacere, nei quali venissero bensì derivate le acque, ma non per terme e bagni, ma solo per ragione di amenità, traendo il nome dalle statue delle ninfe, di cui più sovente solevansi adornare. Ma non consta di meglio circa il loro uso, nè circa la loro forma, variando assai gli scrittori di cose antiche nel dir di tutto che spetta a cotali edificj; pare nondimeno non avessero a mancare d’una certa importanza, se gli stessi imperatori gli ebbero a edificare; onde Ammiano faccia menzione del Ninfeo di Marco come d’opera ambiziosa, Publio Vittore di quello di Alessandro, e Capitolino di quello di Gordiano, per non dire d’altri. Degli antichi ninfei non è superstite vestigio di sorta: solo il già citato Giorgio Fabrici, nella sua Roma, descrive liberamente un ninfeo nella villa Leucopetrea fra Napoli e il Vesuvio, ma non recano maggior luce nell’argomento.

L’opinione più generale è per la seconda ipotesi, che de’ ninfei fa un fresco ed aggradevole recesso, e come i sunnominati scrittori ne collocarono il tema nel dir delle terme; ho voluto pur io seguitarne l’esempio; avvalorato a questo dall’aver trovato nel Codice Teodosiano il titolo Quid in publicis thermis, quid in nympheis pro abundantia civium conveniat deputari, e nello stesso luogo aver letto: Malumus aquæductum nostri palatii publicarum thermarum ac nympheorum commoditatibus inservire[189], i quali testi, terme e ninfei confondono in un solo interesse. Vi pone suggello l’antica iscrizione scolpita sul margine di un fonte:

NYMPHÆ LOCI
BIBE LAVA TACE

Ora naturale discende dal fatto della esistenza, molteplicità e suntuosità di tutte queste istituzioni l’indagine del come e terme e bagni pubblici e privati e ninfei venissero provveduti convenientemente di acqua, molto più in quelle città, nelle quali si doveva, per la loro situazione, difettare.

Era tutta una scienza, che procaccerò di spogliare di sua rigidezza, per non dirne che storicamente di sua applicazione.