Roma per lungo tempo non ebbe altra acqua che quella del suo Tevere e di qualche sorgente nativa; ma accresciuta la città, e distanti di soverchio i suoi colli dal fiume, nell’anno 441 di sua fondazione, per opera di Appio Claudio Censore, quello stesso che istituì il sistema di eseguir le strade, viæ stratæ, avvisò al modo di condurvi l’acqua per tubi, canali e fornici laterizii. L’acqua Appia vi venne pel corso di circa undici miglia condotta. I bisogni pel bevere, per i bagni, per le fulloniche, per le naumachie e pei circhi, consigliarono nuovi acquedotti; onde se ne contarono ben quattordici, e Publio Vittore ne numerò venti; così che quasi ogni casa potè derivarne a’ proprii usi con fistole e canali, e Plinio avesse a notare: Si quis diligentius æstimaverit aquarum abundantium in publico, balneis, piscinis, domibus, euripis, suburbanis villis, spatioque advenentium extructus arcus, montes perfossos, convalles æquatas, fatebitur, nihil magis mirandum fuisse in toto Orbe terrarum[190].
E destano infatti tuttavia la maraviglia nostra quegli avanzi degli arditi acquedotti romani costituiti da più ordini d’archi l’uno all’altro sovrapposti, contribuendo nella loro magnificenza a mantener l’antonomasia d’opera romana allorchè si voglia significare un’opera gigante, maravigliosa, per non dir quasi impossibile. Questi superbi acquedotti trasportavano perfino tre separati corpi di acque in tre canali uno sovra dell’altro.
Nè Roma soltanto intese alla costruzione degli acquedotti, ma nella più parte delle colonie e nelle maggiori castella eziandio; tanto la commodità si era venuta ingenerando come una vera necessità. Chi volesse poi conoscerne di più e saperne tutte le minute particolarità, consulti l’opera di Sesto Giulio Frontino De aquæductibus urbis Romæ Commentarius; e per informarsi delle opere nelle colonie, vegga la dotta memoria del conte Giovanni Gozzadini Intorno all’acquedotto ed alle terme di Bologna. Più innanzi dirò del come le Terme e le fontane publiche e le case si provvedessero d’acqua in Pompei.
Non va per altro taciuto, onde assolvere possibilmente questo subbietto, degli immensi e dispendiosi serbatoi e laghi che per gli acquedotti si vennero facendo. Plinio summentovato ne fa stupire allor che memora: Agrippæ in ædilitate sua, adjecta Virgine aqua, cæteris corvisatis atque emendatis lacus 700 fecit, præterea salientes 105, castella 130; complura etiam cultu magnifica. Operibus in signa 300 ænea aut marmorea imposuit, columnas ex marmore 400: eaque omnia annuo spatio[191].
Occorre poi a conoscere l’importanza che all’acqua ed acquedotti aggiungevasi da’ Romani, riferire da Frontino suddetto quanto venisse provveduto alla loro custodia.
Due classi o famiglie d’inservienti vi erano preposte: l’una del pubblico, l’altra di Cesare. Più antica la prima, che fu da Agrippa legata ad Augusto e da questi attribuita al pubblico e pagata dall’erario, componevasi di circa 240 persone: il novero della famiglia di Cesare era di 460 e questa stabilita fin da’ primordj in cui si guidò l’acqua in Roma da Appio Claudio. L’una e l’altra famiglia impiegavasi in varia specie d’amministrazione: v’erano i villici, (villici), i ministri de’ castelli (castellarii), i riportatori (circuitores), i selciatori (silicarii), gli incrostatori (tectores) ed altri artefici (opifices). Su tutti costoro era il soprintendente (Curator); e lo stesso Frontino fu alla sua volta, sotto di Nerva, Curatore alle acque, onde ne potè scrivere con maggiore cognizione di causa. E questi, dice egli, ideoque non solum scientia peritorum sed et proprio usu curator instructus esse debet, nec suæ tantum stationis architectis uti, sed plurium advocare non minus fidem, quam subtilitatem, ut æstimet, quæ repræsentanda, quæ differenda sint; et rursus quæ per redemptores effici debeant, quæ per domesticos artifices[192].
E ne fa sapere lo stesso Frontino che a codesti curatori delle acque furono dati anche ajutatori (adjutores), concedute insegne d’onore come a’ magistrati ed anzi intorno alla loro magistratura reso un decreto dal Senato, consoli essendo Quinto Elio Tuberone e Paolo Fabio Massimo, per il quale allorquando essi fossero, per cagione del loro ufficio, fuori di Roma, potessero aver seco due littori, tre servi del publico, un architetto, scrivani (scribæ) e copisti (librarii), sargenti (accensi) e banditori (præcones), tanti, quanti ne hanno per l’ordinario due deputati alla dispensa del grano alla plebe, e dentro Roma, quando per cagione del medesimo affare operassero qualche cosa, potessero valersi di tutti gli stessi ministri, eccetto che de’ littori.
Toccato fin qui d’ogni tema attinente le Terme, vediamone l’applicazione allo speciale soggetto nostro di Pompei.
Quivi Terme, quivi bagni pubblici e privati, quivi ninfei e fontane publiche ed aquedotti e comunque le proporzioni sieno di gran lunga inferiori a quelle degli eguali stabilimenti che ho ricordato di Roma, in ragione cioè della minore importanza, vastità e quantità di popolazione; pur nondimeno ogni parte serbando di esse e soddisfacendo ad ogni bisogno creato dalle costumanze termali, ponno essere di grande utilità nei loro interessanti avanzi, per la spiegazione di tutto che si riferisce all’argomento e quasi alla completa storia del medesimo.
Sulla scoperta delle Terme si contava indubbiamente fin dal primo momento che si pose la mano agli scavi. Era impossibile che altrimenti fosse. Una città dove era stata dedotta una colonia romana, dove necessariamente erano stati importati costumi e abitudini greche dai primi abitatori e da’ suoi abituali frequentatori, e costumanze romane dai nuovi arrivati, terme e bagni dovevano essere d’obbligo: dipendeva quindi unicamente di vedere in qual tempo si sarebbero trovate.