M. NIGIDIVS VACCVLA. P. S. (pecunia sua)[199].

Nella camera termale o caldarium era da una parte il bagno d’acqua calda detto alveus e dall’altra il laconicum, o alcova semicircolare, riscaldata da una fornace e da tubi, hypocausis, sotto il pavimento e attraverso le pareti praticate espressamente vuote. Fu detto laconicum, perchè l’uso ne fu dapprima introdotto fra i Lacedemoni, e nel pompejano di cui parlo stava in mezzo il labrum, di cui spiegai lo scopo più sopra; ch’era cioè là vasca a fondo piano che conteneva l’acqua della qual s’aspergeva il balneante mentre gli si raschiava il sudore prodotto dalla temperatura elevata a cui eran mantenute le stanze, e immediatamente su di essi v’era un’apertura, lumen, che poteva esser chiusa od aperta con un disco di metallo detto clipeus, sospeso mediante catene, secondo si fosse voluto abbassare od elevare il grado di calore, come è indicato da Vitruvio. Tre finestre quadrate si veggono nella vôlta del laconicum ed eran chiuse con vetri, lapis specularis, e vietavano l’entrata dell’aria. La seguente iscrizione venne decifrata sui bordi del bacino, scrittavi in lettere di bronzo:

GN. MELISSARO GN. F. APRO. M. STAIO. M.
F. RVFO II. VIR. ITER. I. D. LABRVM EX D. D.
EX P. P. F. C. CONSTAT H. S. DCC. L.[200]

Tutte le altre località minori valevano al servizio dei bagni.

La rimanente porzione dell’edificio è occupata da un altro appartamento distribuito sull’identico principio che ho esposto, avente un solo ingresso, e serviva, secondo l’opinione di molti, per i bagni separati delle donne. Esso era più piccolo di quello destinato agli uomini, ma non appariva in ricambio nè più elegante nè più grazioso: dal primo tempo di loro scoperta furono detti bagni rustici e si credettero destinati invece alla povera gente.

Ricordo qui come per gli scavi venissero in questi bagni trovati un materozzolo di quattro strigili, un vaso di profumi ed uno specchio, il tutto in bronzo, e si conservano tuttavia nel Museo.

In quanto a ornati e cose d’arte, nel frigidarium si notò un fregio in istucco rappresentante carri ed amori pieni di espressione; e nel tepidarium una sequela di piccoli atleti, detti telamoni, in terra cotta che simulano sforzo per sostegno della cornice che posa sulla loro testa. La vôlta poi è lavorata a cassettoni dipinti in rosso e in azzurro; in ciascuno, de’ bassi rilievi leggiadri esprimenti Cupido che s’appoggia sul suo arco, Amorini a cavalcione di mostri marini, altri guidanti delfini o ippogrifi, o suonanti de’ timpani, un centauro, un Pegaso, un Ercole fanciullo seduto sul leone, e dappertutto poi si vedono festoni con ghirlande di fiori.

Frigidarium, tepidarium e caldarium hanno egualmente bei pavimenti di musaico.

Il lettore non ci vorrà pertanto negar ragione di aver detto di questi bagni o terme come si vogliano chiamare, che se non avevano tutta l’esorbitanza della magnificenza e del lusso delle più celebri terme di Roma, spiccavano nondimeno per i pregi della migliore semplicità e per l’eleganza.

La descrizione delle singole parti dei Bagni Publici che ho appena terminata, mi renderà più spiccio nel dire delle Terme Stabiane, così appellate dal ritrovarsi esse sulla via detta di Stabia.