Ma se questo fosse, come conciliare tal fatto con quanto afferma Vitruvio prima del brano che ho testè riferito; nunc mihi videtur, tametsi non sint italicæ consuetudines, palæstrarum ædificationes tradere explicata et quemadmodum apud Græcos constituantur monstrare[211], e con cui si vorrebbe escludere che al tempo di questo illustre architetto e scrittore non fossero in Italia conosciute le palestre? Or ritenendosi comunemente non potervi esser dubbio ch’egli abbia vissuto e fiorito sotto il regno d’Augusto, al quale egli dice nella Prefazione dell’Opera sua d’essere stato raccomandato dalla sorella di lui, non è possibile accogliere l’illazione dedotta dagli archeologi che l’iscrizione possa rimontare a tanto tempo addietro. Del resto l’impiego di più vetusti caratteri non può addursi a prova irrecusabile; perocchè potrebbe essere stato un vezzo di chi li usò, come usiamo far pur di presente.

La palestra pompejana era decorata di portici, doveva avere la sua sala di giuoco alla palla, sferisterio, se vi si trovarono ancora de’ globi di pietra, che avevano servito appunto al giuoco della sfera, al quale la gioventù si esercitava per acquistare forza ed elasticità di membra.

L’ingresso principale è dal lato di mezzogiorno, e presso di esso nel vestibolo, si ammira una bella scultura romana rappresentante un Termine sotto le forme d’una figura di donna molto elegantemente palliata.

Dal manco lato evvi un’ampia piscina pei balneanti; intorno ad essa son disposte diverse camerette per l’uso di essi. Una fra l’altre si distingue per eleganza di pittura e per una nicchia rettangolare destinata certo a contenere l’immagine di qualche divinità protettrice del luogo. Questa nicchia è fiancheggiata da due cariatidi che sostengono un bacino ed all’ingiro è dipinta una zona a scomparti, interrotta da paesaggi con pigmei e delfini.

Si pretende che siffatte pitture alludano al culto egizio e si trae la congettura da ciò che i Greci d’Alessandria stabiliti a Pompei e probabilmente in prossimità delle terme abbiano dovuto contribuire d’assai alla costruzione d’uno stabilimento che ricordava i loro usi nazionali.

I muri del portico sono dipinti a specchi rossi incorniciati d’una fascia gialla: le colonne di stucco rosse verso la base, sono bianche nella parte superiore e sormontate da capitelli pure in istucco che sostengono una cornice di squisito lavoro, se si argomenta da un frammento che si ritrovò e si ricollocò al suo posto.

Dal lato di mezzogiorno poi, nell’ottobre 1854, fu scoperto un bel quadrante solare, formato d’un semicerchio praticato in un rettangolo, sostenuto da zampe di leone, con eleganti fregi ai lati. Il gnomone collocato orizzontalmente nel centro dei raggi convergenti è perfettamente conservato. L’iscrizione osca che vi era, fu letta dall’illustre archeologo cav. Giulio Minervini di questo modo: Marius Atinius, Marii filius, quæstor, ex multatitia pecunia conventus decreto fieri mandavit[212]. Questo monumento è certo interessante: ci attesta per lo meno che, anche dopo essersi stabilita la colonia romana, in Pompei si usasse della lingua osca, e mi conforta nell’idea che mi sono formato ch’essa anzi durasse viva continuamente sulla bocca del popolo.

Dalla palestra poi si facea passaggio al bagno degli uomini: per le donne dovevano esser quelli ai quali si accedeva dalla Via di Stabia.

La prima sala del bagno degli uomini era il frigidario: tutte le pareti all’interno dipinte in azzurro hanno nicchie rettangolari come a ripostigli di vasi di unguenti e di profumi odorosi. Doveanvi essere pitture sulla volta e sulle muraglie, ma la prima crollò, e sulla seconda a sinistra non rimase che un pezzo di nudo di donna accosciata.

A destra di questa sala s’apre il tepidario, le cui muraglie hanno un doppio fondo, per la circolazione del vapore che per siffatta guisa moderava il calore dell’atmosfera; all’estremità sta il baptisterium che doveva essere rivestito di marmi, arguendovisi ciò dalla impronta lasciatavi dalle tavole di marmo che vi stavano, vi lasciarono impresse le lettere d’un’iscrizione che così si arrivò a decifrare dal sullodato Minervini: