Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per ammaestrare i soldati. Primo esercizio era il camminare celere, eguale e giusto; quindi era la Palaria, per la quale combattendo contro un palo confitto in terra con armi pesanti, si addestravano a maneggiar le vere con agilità; altri eran: la lotta, il nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spingevano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porto dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso, senza tener conto delle armi, considerate queste come membra del soldato, secondo s’esprime Cicerone: Nostri exercitus primum, unde nomen habeant, vides; deinde qui labor, et quantus agminis ferre plus dimidiati mensis cibaria: ferre si quis ad usum velint: ferre vallum, nam scutum, gladium, galeam nostri milites in onere non plus numerant, quam humerus, lacertus, manus. Arma enim membra esse militis dicunt, quæ quidem ita geruntur apte, ut si usus foret, abiectis oneribus, expeditis armis, ut membris pugnare possint[12]. In tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta[13], a cui dopo sostituirono il biscotto, che dicevan bucellatum[14].
I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo aver patito a causa della cavalleria leggiera numidica, di essa se ne valsero di poi. Questi feroci soldati pugnavano nudi ed inermi, all’infuori d’una mazza, che maneggiavano con grandissima arte. Erano poi questi barbari di una maravigliosa destrezza nel saltare da un cavallo all’altro. Sul qual proposito rammenterà il lettore come Omero nell’Iliade accennasse alla somma destrezza de’ suoi eroi perfin su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era solito saltar alternativamente su quattro ed anco su di sei cavalli.
Dovendo or dire degli accampamenti, o campi fortificati, castra, comincerò per segnalarne la disposizione, notevole per l’ordine e per l’arte. Essi, se permanenti, chiamavansi castra stativa e il campo si faceva in forma quadrata circondato da fossato, fossa, e da un parapetto, agger, costituente insieme ciò che veniva detto vallum, con palizzate chiamate sudes, come al verso di Virgilio:
Quadrifidasque sudes, et acuto robore vallos[15].
Si formavano all’accampamento quattro porte: prætoria, era la porta che fronteggiava il nemico; decumana, quella della parte opposta e per la quale si conducevan i soldati colti in delitto per essere puniti: le altre, dei lati, dicevansi principales coll’aggiuntivo di destra, o sinistra. Il campo si divideva poi in due parti: la superiore conteneva il quartiere del generale, prætorium, presso alla porta per ciò appellata prætoria, alla cui destra il luogo del questore, quæstorium, e alla sinistra i luogotenenti generali. Nella parte inferiore erano, nel mezzo la cavalleria, e dai lati di essa i Triarii, i Principi, gli Alabardieri e gli alleati.
L’interno era diviso in sette viali, il più largo dei quali correndo in dritta linea tra le due porte laterali e subito di fronte alla tenda del generale, era largo metri 3,04 e chiamavasi via principalis. Più innanzi, ma parallela, vi era un’altra strada detta via quintana, larga metri 3,52 e divideva l’intera parte superiore del campo in due eguali scompartimenti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre strade della stessa larghezza.
Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due porte laterali eravi la parte più sacra degli accampamenti e dicevasi Principia, de’ quali già toccai in addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne, vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, a un di presso come nel Medio Evo si immaginò nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si tenevano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni militari la giustizia: tribunos jura reddere in principiis sinebant, come lasciò scritto Tito Livio[16].
Nota Giusto Lipsio che nel campo si inalberavano le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il proprio posto.
La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia:
. . . . . infestisque obvia signis