Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato personaggi e passi biblici, le azioni de’ quali e il cui senso non appajon migliori degli uomini e delle cose del paganesimo: e nondimeno trovarono reverenza o interpretazione diverse da quelli apprezzamenti che a prima giunta sembrano provocare. Tutto poi è superato da quel canto epitalamico che è il Cantico de’ Cantici, e che malgrado l’aperto senso letterale e le più carnali immagini che esse esprimono, pur tuttavia permise che i più timorati padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose adombrate e condannassero alla riprovazione maggiore i profani che osarono, attenendosi al solo valore delle parole, maravigliarsi ch’esso fosse accolto tra libri santi.

Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di questo libro, premise una prefazione tendente a rilevare la sublimità di esso, e dopo avere invocata l’autorità di gravissimi scrittori e santi, così si esprime: «Per le quali cose non sia meraviglia se lo Spirito Santo volendo alcuni secoli avanti non di passaggio, ma specificatamente, e pienamente annunziare e predire, e quasi direi dipingere questa divinissima unione del Verbo colla umana natura, e colla Chiesa, e gli effetti di essa; se essendo annunziare a tutti i venturi tempi l’altissima carità dello stesso Verbo, verso quel mistico corpo, il quale dovea da lui aver l’essere e il nome, ordinò e dispose che in questo Cantico con bella continuata allegoria, e con immagini prese dalle nozze terrene dipinto fosse questo mistero, perocchè avvenimento sì nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva (come osservò S. Agostino) che in molte guise fosse annunziato, affinchè ora repentinamente si effettuasse, non cagionasse negli uomini stordimento e terrore, ma si aspettasse con fede, e con fede e amore si abbracciasse quando fosse eseguito. In Psal. CIX.»

Se così è, l’argomento che ho svolto in questo capitolo doveva richiamare, a petto degli altri, maggiore estensione di trattazione da parte mia, nè credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere veramente materia di più profondo studio, come ebbi a dire più sopra, per la ricerca di que’ veri che si nascondono

Sotto il velame delli versi strani.

CAPITOLO XXII. La Via delle Tombe.

Estremi officii ai morenti — La Morte — Conclamatio — Credenze intorno all’anima ed alla morte — Gli Elisii e il Tartaro — Culto dei morti e sua antichità — Gli Dei Mani — Denunzia di decesso — Tempio della Dea Libitina — Il libitinario — Pollinctores — La toaletta del morto — Il triente in bocca — Il cipresso funerale e suo significato — Le imagini degli Dei velate — Esposizione del cadavere — Il certificato di buona condotta — Convocazione al funerale — Exequiæ, Funus, publicum, indictivum, tacitum, gentilitium — Il mortoro: i siticini, i tubicini, le prefiche, la nenia; Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, i Popi e i Vittimari, le insegne onorifiche, le imagini de’ maggiori, i mimi e l’archimimo, sicinnia, amici e parenti, la lettiga funebre — I clienti, gli schiavi e i familiari — La rheda — L’orazione funebre — Origine di essa — Il rogo — Il Bustum — L’ultimo bacio e l’ultimo vale — Il fuoco alla pira — Munera — L’invocazione ai venti — Legati di banchetti annuali e di beneficenza — Decursio — Le libazioni — I bustuari — Ludi gladiatorii — La ustrina — Il sepolcro comune — L’epicedionOssilegium — L’urna — Suffitio — Il congedo — Monimentum — Vasi lacrimatorj — Fori nelle tombe — Cremazione — I bambini e i colpiti dal fulmine — SubgrundariumSilicerniumVisceratioNovemdialiaDenicales feriæ — Funerali de’ poveri — SandapilaPuticuli — Purificazione della casa — Lutto, publico e privato — Giuramento — Commemorazioni funebri, Feste Parentali, Feralia, Lemuralia, Inferiæ — I sepolcri — Località — Eccezioni e privilegi — Sepolcri nelle ville — Sepulcrum familiareSepulcrum comune — Sepolcro ereditario — Cenotafii — Columetiæ o cippi, mensæ, labra, arcæ — Campo Sesterzio in Roma — La formula Tacito nomine — Prescrizioni pe’ sepolcri — Are pei sagrifizj — Leggi mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de’ profanatori di esse — Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cerrinio e di A. Vejo — Emiciclo di Mammia — Cippi di M. Porcio, Venerio Epafrodito, Istacidia, Istacidio Campano, Melisseo Apro e Istacidio Menoico — Giardino delle colonne in musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo e scuderia — Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della famiglia Istacidia — Misura del piede romano — La tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atimeto — Mausoleo dei due Libella — Il decurionato in Pompei — Cenotafio di Cejo e Labeone — Cinque scheletri — Columelle — A Iceio Comune — A Salvio fanciullo — A Velasio Grato — Camera sepolcrale di Cn. Vibrio Saturnino — Sepolcreto della famiglia Arria — Sepolture fuori la porta Nolana — Deduzioni.

Abbiamo, o paziente lettore, assistito insieme alla vita, anzi alla vita più rigogliosa del mondo romano, interrogando più spesso gli scavi e i monumenti pompejani: ora, percorso quanto fu disumato della infelice città, visitiamo l’ultima parte che ci siam di essa riserbata, la Via delle Tombe che faceva parte del Pagus Augustus Felix, e quindi tocchiamo di tutto quanto riguarda la morte, le pompe funebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo d’interesse l’argomento, se l’esempio antico rammemorato a’ presenti da Foscolo nel suo carme immortale de’ Sepolcri, potè condurre la generazione attuale egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione delle tombe.

Prima però che mettiamo il piede nel pompejano sobborgo, demandiamo a’ libri antichi le costumanze che precedevano la tumulazione: la visita a’ sepolcri non sarà che il complemento del nostro tema. E avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui ruderi d’una di queste case l’intero edificio e animandolo de’ suoi antichi abitatori, conduciamoci al cubiculum, dove sul ricchissimo letto giace il pater familias in preda a morbo letale.

Sul monopodium marmoreo, o tavola di un sol piede, di cui gli scavi offersero un esemplare, stanno i vasi e le ampolle del seplasarius, o farmacista e che il medico ha prescritte; ma l’aspetto dei congiunti accusa che poco oramai si attenda da que’ farmachi studiati.

Quando il medico o la natura avvertivano finalmente che all’infermo più non restava speranza di vita, e che era prossimo al suo estremo fato, la famiglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno al letto, come se si trattasse di dar l’ultimo saluto a chi fosse per partire per un lungo viaggio. Era infatti per il viaggio che non aveva ritorno. Essi iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da Mercurio la grazia che volesse servire di guida all’anima che stava per entrare nella regione de’ morti. E quando l’agonia pareva incominciata, si aveva cura di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno formidabile gliene apparissero le dimostrazioni. Il figlio, o il più prossimo parente, dandogli l’ultimo bacio, ne raccoglieva l’estremo sospiro, e tale era un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi loro figli, giusto quanto Cicerone afferma: Matresque miseræ nihil orabant nisi ut filiorum extremum spiritum excipere sibi liceret[218]. Nè altrimenti era in Grecia fin da più remoti tempi e ce ne persuade Omero nell’Odissea, dove Agamennone si lagna di Clitennestra: