Ma per apprezzare convenientemente questa cerimonia e le numerose altre che praticavansi in occasione di morte presso i Romani, gioverà vedere dapprima quali fossero presso di essi le credenze sull’anima e sulla morte.

E mi affretto a mettere in sodo come il non omnis moriar non fosse già un principio suggerito al poeta dalla coscienza della immortalità delle sue concezioni intellettuali, sibbene la radicata credenza che si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena. Non fu quindi il portato d’una dottrina speculativa o filosofica qualunque, ma fu veramente una credenza questa di lunga mano anteriore all’almanaccar de’ filosofi, anzi precorritrice d’assai alla loro esistenza; di modo che la morte venisse considerata come una semplice mutazione della vita.

Dove poi versasse questa seconda esistenza al di là della tomba, variò la credenza.

Secondo le più antiche opinioni de’ Greci e degli Italioti, che per lo più divisero costumi e credenze insieme, come veramente usciti d’un solo ceppo, per testimonianza di Cicerone: sub terra censebant reliquam vitam agi mortuorum[222], ed anzi pensavano restasse l’anima tuttavia consociata al corpo; onde così spiegar ci possiamo l’espression di Virgilio ne’ funerali di Polidoro:

animamque sepulcro

Condimus, et magno supremum voce ciemus[223].

E l’iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva infatti: hic jacet, qui giace, qui posa il tale, non già solo la spoglia del tale, dicitura che, malgrado le ben diverse credenze, pur a’ dì nostri è pervenuta e l’usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ragione che si curasse allora di chiudere nel sepolcro dallato al cadavere gli oggetti di cui reputavasi potesse sentire necessità e si spargesse al di sopra vino, latte e miele e si immolassero vittime, come vedremo più avanti, allo scopo di soddisfargliene la fame e la sete, ed anche a quello che avesse il defunto a valersi nella tomba di quel che sulla terra godeva.

Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spiriti delle popolazioni greco-italiche avesse potuto attecchire l’idea della metempsicosi ossia della trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Nè di meglio credevasi che l’anima, lasciando il corpo, volasse al cielo; perocchè cotale credenza non trovò seguaci che assai più tardi, tutt’al più reputandosi che il soggiorno celeste convenisse, come straordinaria ricompensa a certi eroi, o benefattori della umanità.

Le più antiche generazioni credevano adunque unicamente che l’anima non si separasse dal corpo, che rimanesse fissa a quella parte di suolo, dove erano sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto alcuno di sua vita anteriore, che non avesse ad attendere nè ricompensa, nè punizione.

Comunque più innanzi s’allargasse la fede e si credesse nel Tartaro, e ne’ Campi Elisi, come luoghi di punizione il primo e di premio i secondi per i fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi faccio ora ad esporre risentirono sempre delle primitive credenze, le quali sebbene ci possano sembrare viete e perfino ridicole, secondo giustamente osserva Fustel de Coulanges, hanno tuttavia esercitato l’impero sull’uomo durante gran numero di generazioni: esse hanno governato le anime, rette le società, e la più parte perfino delle istituzioni domestiche e sociali degli antichi sono prevenute da questa sorgente[224].