Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo darne alcuna nozione, perchè, come dissi, la credenza in essi divenne poi generale e costituì il mistero pagano d’oltretomba.
Secondo i Greci, i Campi Elisi o l’Elisio era la quarta divisione dell’inferno; secondo i Romani invece era la settima.
Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne’ suoi inni immortali, eterna la primavera, vi alitavano zefiri profumati, vi sfolgoravano sole e astri perpetuamente, vi crescevano fiori e frutta, v’era bandita la vecchiaja, ignoti i mali, senza fine la vita e l’onda di Lete, che tutt’all’intorno circondava quel beato soggiorno, procurava l’obblio delle dolorose memorie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa re dell’Eliso Saturno: altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto. Diverse pure le opinioni sulla località di esso: Omero ed Esiodo lo collocarono nel centro della terra e sulle rive dell’Oceano.
L’inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sotterraneo, ove scendevano le anime dopo la morte per esservi giudicate da Minosse, Eaco e Radamanto, e Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti: l’Erebo ove stava il palazzo della Notte, quello del Sonno e dei Sogni, il soggiorno di Cerbero, cane ringhioso dalle tre gole, delle Furie e della Morte; l’inferno delle anime prave punite nel fuoco o nel ghiaccio; il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi Numi avevano precipitato gli antichi, i Ciclopi, i giganti e i titani.
I Romani lo dividevano in sette scomparti: nel primo soggiornano i bambini; nel secondo gli innocenti stati condannati a morte; nel terzo i suicidi; nel quarto gli amanti spergiuri o sfortunati; nel quinto gli eroi che si macchiarono di crudeltà; nel sesto, detto più propriamente il Tartaro, stavano i martiri; nel settimo i Campi Elisii che già vedemmo essere luogo di riposo e di beatitudine pei giusti.
Facile è qui constatare come la dottrina pur del Cristianesimo ammettesse suppergiù, con quasi identità di nome e di destinazione, la credenza dell’Eliso e dell’Inferno, e il Cattolicesimo vi aggiungesse un terzo luogo di depurazione, cioè il Purgatorio, ammettendo in certo qual modo una tal qual legge di progresso, secondo anche la dottrina spiritica moderna, che cioè permettesse alle anime non al tutto superiori ed elette di espiare le colpe non gravi, prima d’essere ammesse nella sede dei santi.
È poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale argomento, come i tre più grandi poeti dell’Umanità, Omero, Virgilio e Dante, l’abbiano consacrato nelle loro immortali epopee: perocchè il primo, nel canto undecimo dell’Odissea, guidasse Ulisse ne’ luoghi inferni a trovarvi i campioni della guerra trojana: il secondo vi conducesse, nel canto sesto dell’Eneide, il suo eroe, dove appunto divise tutti quegli scompartimenti che ho più sopra accennati, così lasciandovi memoria di tutte le antiche dottrine circa il soggetto; e l’Alighieri poi, della credenza dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, costituisse anzi tutta la macchina della sua Divina Commedia, nella quale agli scomparti pagani sostituisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove pure colloca, secondo il maggiore o minor merito, la maggiore o minore pravità, gli spiriti de’ suoi personaggi, tra’ quali con nova fantasia vede taluni degli uomini del suo tempo ancor viventi.
I morti poi ebbero sempre tra’ Romani una religione: il culto che loro si prestava divenne anzi così obbligatorio, che nelle XII Tavole i relativi diritti degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano generalmente i morti, — vennero positivamente sanciti, secondo il testo conservato di questa particolare legge da Cicerone: Deorum Manium jura sancta sunto; hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctumque minunto[225]. Il medesimo Cicerone, nel Libro De Legibus, rammentò come fosse stato volere de’ maggiori che gli uomini che avevano lasciato questa vita, fossero annoverati tra gli Dei[226].
L’uomo ch’era stato del suo vivente tristo, morto era egualmente un dio: solo serbava nella seconda vita le malvagie tendenze della prima.
Se non che Apulejo lasciò detto che quando i Mani fossero malevoli, si dovessero chiamare larvæ, e quando benevoli, lares; perocchè infatti Manes, Genii e Lares si dicessero promiscuamente. Udiam lui stesso: Manes animæ dicuntur melioris meriti, quæ in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvæ; contra ei faventes essent, Lares familiares[227].