Il libitinario spacciava alla casa del morto i suoi schiavi, detti pollinctores, dal polline, dice Servio, o fior di farina onde lievemente spargevasi la faccia del defunto, dopo che il corpo fosse stato dalle donne con acqua calda lavato. — Tale costume di preparare, imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva tuttavia in Rumenia, dove lo portarono i Romani antichi, che vi lasciarono indelebili tracce di loro soggiorno e colonizzazione in altre molte consuetudini, nel linguaggio e perfino nella denominazione del paese, che fino a’ dì nostri vanta con noi comune le origini. — Quindi i medesimi pollinctores l’ungevano e imbalsamavano con appositi aromi:

. . . corpusque lavant frigentis et ungunt[229].

Ciò eseguito, lo si rivestiva dell’abito ch’era solito portar vivo, colle insegne che s’era meritato. Così il semplice cittadino d’una toga bianca, il magistrato della pretesta, i censori della porpora; d’una semplice tonaca invece gli abitanti della campagna e i plebei. Gli si poneva in bocca un triente, cioè la terza parte di un’asse, la moneta di rame corrispondente a due centesimi di lira italiana con cui intendevasi pagare Caronte,

Il nocchier della livida palude,

pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica dell’Inferno da Dante, e come il rammenta Giovenale:

. . . . at ille

Jam sedet in ripa, tetrumque novicius horret

Porthmea, nec sperat cænosi gurgitis alnum

Infelix, nec habet quem porrigat ore trientem[230].

Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire l’oro nelle tombe, — osserva giustamente quel dotto scrittore e orientalista che è il prof. Angelo De-Gubernatis, confermano soltanto la esistenza dell’uso nell’antica Roma[231].