Coronandogli di fiori la testa, lo si deponeva su d’un alto letto, d’avorio, se ricco, e coperto di preziose stofe, nel vestibolo, co’ piedi rivolti verso l’uscita di casa, quasi ad indicarne la partenza. Persio così ricorda sommariamente, nella satira III queste funerali cerimonie:

Hinc tuba, candelæ; tandemque beatulus alto

Compositus alto lecto, crassisque lutatus amomis,

In portam rigidos calces extendit[232].

Quest’uso di collocare i cadaveri che si dovevano trasportare, co’ piedi vôlti all’uscita della casa, nota a questo passo Vincenzo Monti, era antichissimo. Omero ne fa menzione nel XIX canto dell’Iliade, ove Achille addolorato per l’estinto amico (Patroclo), così parla:

D’acuto acciar trafitto egli mi giace

Nella tenda co’ piè vôlti all’uscita.

Davanti la porta si piantava il funerale cipresso, l’albero consacrato a Plutone, perocchè esso una volta tagliato più non ripulluli, secondo lasciò ricordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso era indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano nel seguente verso:

Et non plebejos luctus testata cupressus[233].

Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi lontano da quella casa, da cui sarebbe stato polluto; così evitavanla coloro che disponevansi a compiere alcun sagrificio, perocchè quell’impuro contatto non avrebbe più loro concesso d’accostarsi agli altari. Così all’eguale intento, e per tutto il tempo che duravano le funebri cerimonie, si solevano velare le immagini degli Dei.