Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, acciò si avesse tutto l’agio di riprendere i sensi dove un letargo avesse simulato la morte, e vegliava a studio di esso uno schiavo della casa e durante un tal tempo facevansi da que’ della famiglia le maggiori dimostrazioni di dolore:

. . . it clamor ad alta

Atria; concussam bacchatur fama per urbem;

Lamentis, gemituque et fœmineo ululatu

Tecta fremunt; resonat magnis plangoribus aether[234].

L’ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo le vie principali adiacenti alla casa mortuaria, convocava il popolo per celebrare i funerali. Terenzio ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula di tale convocazione:

Quirites exsequias... quibus est commodum ire jam tempus est[235].

Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le anime delle persone buone si consideravano ricevute nel novero degli Dei benefici, comunque d’ordine inferiore; così ci restò qualche documento che prova come si ponesse nel feretro, presso il cadavere, un attestato di buona condotta, rilasciato dal Pontefice, perchè fosse agevolato il compito de’ giudici eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto Anicio, ch’io pur trascrivo, acciò si conosca anche di questo curioso documento la formula. Eccolo: Ego Sextus Anicius Pontifex testor hunc honeste vixisse: Manet ejus inveniant requiem[236].

Funus dicevasi il funerale, a cagione che negli antichi tempi i romani seppellissero di notte al lume di candele, o torcie, che si formavano di funi ritorte, funalia, intrise di pece, portate dai piagnoni. Non fu che più tardi che l’uso di seppellire di notte si restrinse alle classi più povere, le quali non potevano sostener la spesa di splendide esequie.

Ed oltre di tal distinzione, diverse altre erano le specie di funerali. Publicum era quel funerale che si faceva a spesa dello Stato, come in quest’anno in cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò a riguardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello stesso mese e riuscì così imponente e pomposo da potersi dire per lo appunto quel che Plinio scrisse a Romano del funerale pubblico di Virginio Rufo, il quale, se non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto anni, ne visse nondimeno ottantatre, compiuti in una beatissima quiete e in non minore venerazione, che stato console per tre volte, arrivò all’apice degli onori privati e sopravvivendo trent’anni alla sua gloria, lesse versi, lesse storie, scritti in suo onore e conversò in certa guisa co’ posteri: Post aliquot annos insigne, atque etiam memorabile populi romani oculis spectaculum exhibuit publicum funus Virginii Rufi maximi et clarissimi civis, perinde felicis[237]. Il Paravia in nota a questa lettera di Plinio, affermò chiamarsi anche censoria questi publici funerali, rimettendo circa alle cerimonie, al lusso ed anche alla stravaganza di queste funebri solennità alle antichità Romane di Adam (vol. III e IV) che ne fece la descrizione. Ma il funerale publico, fatto a spesa dello Stato, che in quest’anno medesimo rimase più memorabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma nel 7 giugno 1873, per Urbano Rattazzi, il più eminente uomo di Stato che aveva l’Italia, stato sei volte ministro di re Vittorio Emanuele, morto il 5 dello stesso mese in Frosinone, e il cui nome, come quello di carissimo e venerato amico, io rammenterò nelle lagrime finchè vita mi rimarrà. Non fu pompa solo ufficiale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero plebiscito: poichè tutte le città vi partecipassero nel lutto, e con essa i principi reali, i più alti dignitari, senatori e deputati, illustri stranieri e d’ogni ordine cittadini. Splendidissimi del pari poi, ed a spesa del Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò l’undici giugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che reclamò e che venendo da Roma ebbe lungo il viaggio le ovazioni delle popolazioni in mezzo alle quali passava.