Funus indictivum appellavasi quel grande funerale in cui veniva invitato il popolo a’ ludi gladiatorii ed alle militari rassegne, che si offerivano ad onoranza di illustre defunto; mentre tacitum o translatitium dicevasi il funerale comune ed ordinario senza veruna ostentazione di potenza. Funus gentilitium era poi quello nel quale si recavano in processione le imagini de’ maggiori della medesima prosapia, gens.
Fatta dal banditore l’ultima conclamazione, il designator, o maestro della funebre cerimonia, assistito da’ suoi littori, o da un suo accolito, accensus, ordinava che la processione si incamminasse per trasferire il cadavere all’ultima dimora, tutti recando, comunque fosse di giorno, torcie accese nelle mani, in memoria dell’antico costume. Apriva la marcia una banda di musicanti, siticines, che suonavano la tibia longa, o flauto funebre, accompagnando con essa un canto lugubre in lode del trapassato, come ci spiegò Novio Marcello: Siticines dicti sunt qui funeratos et sepultos canere soliti erant causa honoris cantus lamentabiles[238].
Il mortoro de’ grandi e delle persone attempate, quando il publico era stato convocato, veniva accompagnato da trombettieri, tubicines, i quali annunciavano che il defunto non era stato tolto di vita dal ferro o dal veleno.
Dietro i musici venivano le prefiche, præficæ, schiave del libitinario incaricate di fare il piagnisteo; ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto, mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli, ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la loro simulata desolazione:
Mercede quæ
Conductæ fient alieno in funere præficæ
Multo, et capillos scindunt et clamant magis[239].
L’uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi di Milano vennero proibite dall’Arcivescovo S. Carlo Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del defunto col canto, nænia, e tal altra recitando passi de’ poeti più rinomati che avessero qualche analogia colla circostanza. Erano così insinceri siffatti canti laudativi, che passò di poi nænia per sinonimo di nugæ, ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta, l’insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua volta bosard come on cartell de mort, bugiardo come un cartellone da morto, o, come potrebbesi anche dire, al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che dietro le prefiche venissero altre donne: Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, ed erano sacerdotesse che presiedevano a’ sacrificj impetratorj per ottenere l’ingresso del defunto negli abissi, ed espiatorj per purgarsi dai peccati[240].
Seguivano i Popi e i Victimarii: ufficio dei primi era di abbattere gli animali più diletti al defunto padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla pira funebre: dei secondi di predisporre gli arredi necessarii all’uopo. Essi apparivano nudi fino alla cintura.
Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa però capovolta a dimostrazione di lutto. Portavansi pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine cronologico su’ carri, pilenta, le insegne delle magistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto privilegio spettava pure alle donne ne’ loro funerali, dove avessero avuto negli antenati loro taluno che avesse sostenuto una magistratura curule.