Teneva dietro tutto ciò una schiera di mimi e l’archimimus o capo di essi. I primi ballavano danze grottesche al suon de’ crotali, le quali danze chiamavansi sicinnia, i cui salti regolavansi in misura co’ piedi dattili dell’anapesto, metro simile a un dipresso al quinario nostro e del quale eccone esempio tolto a Seneca il tragico:
Fundite fletus,
Edite planctus,
Fingite luctus,
Resonet tristi
Clamore forum, ecc.[241]
Il secondo, imitava coll’incesso e co’ gesti il costume, i modi più spiccati e la persona del defunto, come viene attestato dallo storico de’ Cesari, Svetonio[242].
Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le dita d’anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della penula oscula, abito di rigore nelle funerali pompe, nelle quali non era permesso portare la toga e comprendevasi essa fra i vestimenta clausa. I figliuoli incedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza ornamento, colle chiome disciolte ed in nere gramaglie. Le donne solevano mostrare un vivo dolore, straziandosi il seno nudo ed il volto, tanto da spicciarne il sangue, e invocando l’amato defunto ad alta voce, come Properzio desiderava avesse a fare per lui la bella Cinzia:
Tu vero nudum pectus lacerata sequeris.
Nec fueris nomen lassa vocare meum[243]