e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perchè, secondo spiegano i commentatori, i mani amano il latte ed il sangue.
Dopo di costoro, procedeva la bara, capulum, feretrum, lectica funebris, come poteva venire con tutti questi nomi designata, ed era un letto od anche una lettiga coperta da più o men ricco drappo, a seconda della varia dignità dell’estinto e portata da’ più prossimi parenti o dagli amici, in numero di sei o di otto, e per ciò detta anche exaphorum, od octophorum. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi dichiarati liberi nel testamento, e tenevano allora in segno di loro recente libertà coperto il capo. I personaggi alto locati erano portati da dignitarj o funzionarj dello stato; la bara di Lucio Cornelio Silla dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati, quella di Augusto da’ senatori, quella di Tiberio da’ soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germanico venisse portato sulle spalle de’ tribuni e de’ centurioni[244]; ma poi e più innanzi l’urna dell’imperatore Severo fu portata per mano dei consoli medesimi.
Dietro la bara succedeva la caterva de’ clienti, degli schiavi e de’ familiari, conducendo a mano gli animali che dovevano essere sagrificati al bruciamento del cadavere, e finalmente chiudevasi la processione colla carrozza vuota, rheda o carpentum, del defunto e colla turba de’ curiosi e sfaccendati che mai non mancano agli spettacoli che si offrono gratuitamente.
Il funerale corteggio, quando trattavasi di persona illustre o ricca, soffermavasi un tratto nel foro, dove, posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo congiunto, o l’erede beneficato, pronunciava l’orazione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una musica mesta, ciò che diede origine alla frase latina laudare pro rostris. Ricorda il lettore come Svetonio, nella vita di Cesare, lasciasse memoria aver questi alla sua volta arringato dai rostri l’orazion funebre per la sua zia (amita) Giulia e per la moglie Cornelia, cogliendo il destro così di vantarsi disceso per una parte da regale prosapia e per l’altra da Venere, affine poi d’inferirne: est ergo in genere et sanctitus regum, qui plurimum inter homines pollent, et cærimonia deorum, quorum ipsi in potestate sunt reges[245].
Il De-Gubernatis nella sua opera sullodata degli Usi Funebri Indo Europei[246], ricorda come Plutarco nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo console l’origine della istituzione delle orazioni funebri romane. «Ebber cari i Romani — queste son le parole dello scrittore delle Vite degli uomini Illustri — quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l’orazion funebre che recitò in di lui lode egli stesso, la quale riuscì di tanta soddisfazione e fu sì grata ai Romani medesimi, che introdotto indi venne il costume di encomiarsi dopo morte, in tal guisa, tutti i grandi, e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche di quella de’ Greci, se pure anche ciò non fu una istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico Anassimene.» Dionigi d’Alicarnasso, nel libro quinto delle sue Antichità Romane, scrive non poter affermare se Valerio sia stato il primo a pronunciare in Roma un discorso funebre, o s’egli abbia invece seguito un costume già invalso tra i re; ma in ogni modo ritiene il costume come romano e rimprovera i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito alla loro città, che non conobbe, a suo avviso, le orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Maratona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di Bruto.
Ripigliava quindi la processione il suo corso e uscendo dalla città[247] pel Circo Massimo e la porta Capena per mettersi nella via Appia, ch’era quella delle tombe, si avviava al rogo, rogus, ed anche grecamente pira, πυρά, che era una specie di altare, o catasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto bustum, o contiguo alla tomba, di ciocchi d’alberi resinosi, non digrossati ne’ squadrati, in masse ad angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di cipresso, sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, detto Ustor, il cadavere, asperso di preziosi liquori e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il più prossimo congiunto o l’erede ne aveva riaperto gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio il privare il cielo degli sguardi di un morto, e curavasi che portasse al dito il suo anello e prima di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli deponevano sulle gelide labbra di esso l’estremo bacio, tributo ultimo che pur a sè stesso augurava ricevere dalla sua Cinzia Properzio:
Osculaque in gelidis pones suprema labellis
Quum dabitur Syrio munere plenus onyx[248].
E si staccavano dalla cara spoglia colle parole consacrate dal rito: Vale. Nos te ordine quo natura voluerit cuncti sequemur[249].
Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla pira e mentre questa ardeva, gittavansi su d’essa incensi, profumi, vino, capelli e fiori, e lo stesso Poeta or ricordato, pone in bocca alla sua Cinzia, che morte gli toglieva anzi tempo e l’ombra della quale gli era ne’ sogni apparsa, il lamento perchè nè di profumi, nè di vino e neppure di giacinti avesse egli onorato il suo rogo: