La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano invitati ad un banchetto funebre. Prima di mettersi a tavola si purificavano col lavarsi. Se ricco il defunto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed appellavasi silicernium. A differenza di Grecia, dove il Silicernium compivasi nella casa del parente più prossimo del defunto e subito dopo l’esequie, come si trova ricordato in Demostene (De Coron.); in Roma e nella romana colonia questo convivio aveva luogo presso il sepolcro stesso; e le camere squisitamente decorate, che così comunemente s’incontrano nelle loro tombe, come accessorie di queste, ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza dubbio intese a questo fine. In Pompei, nella Via delle Tombe, troveremo un Triclinium funebre stabile presso le tombe, costituito da un recinto, con entro tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a renderli più comodi, si saranno all’occasione distesi materassi, pulvinares.

Il più spesso il silicernium misuravasi dalla entità dell’asse redato o dalla gratitudine dell’erede; Persio lo attesta:

Sed cœnam funeris hæres

Negliget iratus si rem curtaveris, urnæ

Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,

Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267].

Se poi l’erede limitavasi a sola distribuzione al pubblico di carni crude, dicevasi essa visceratio. Esempio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Cesare per la morte di Giulia a ventiduemila persone; altri dicono sessantaseimila.

Un altro banchetto funebre famigliare facevasi nove giorni dopo e designavasi col nome di novemdialia e nel dì susseguente, denicales feriæ[268], purificavasi la casa mortuaria contaminata dalla presenza del morto e quindi per consueto distribuivansi ancora largizioni alla plebe.

Non era per altro così de’ funerali de’ poveri. Non sorgeva cipresso avanti la porta, non difilava processione, non intendevansi suoni, non celebravansi le altre cerimonie e solennità.

Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro necrofori, vespillones, sul cader della notte, a levarli di casa in una cassa da nolo, detta sandapila, ed a portarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi detti puticuli ed anche putiluci, a causa, disse il dotto Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e tutto era presto finito.