Reduce la famiglia dal funerale, si purificava la casa contaminata dalla presenza del cadavere spazzandola con iscopa di tamerigia o di palma ed invocando Deverra (da verrere, spazzare), divinità che presiedeva appunto alla pulitezza delle case.
A tutte le predette cerimonie teneva dietro il lutto: per gli uomini ristretto a dieci giorni di isolamento o ritiro nella propria casa; per le donne ad un anno o a dieci mesi almeno.
Eravi poi il lutto publico, quando si volevano onorare grandi virtù di illustri trapassati o piangere la perdita di qualche grande battaglia, come fu quella toccata a Canne, in cui perirono quarantacinque mila romani, il Console Paolo Emilio e ottanta senatori. Esso indicevasi dal Senato ad ogni ordine di cittadini.
In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i consoli non sedevan sulle loro sedie curuli, i littori portavano capovolti i fasci, i senatori deponevano il laticlavio, gli anelli d’oro, nè radevan la barba, o tagliavano i capelli, proibiti i conviti festosi, l’accender fuoco nelle case e il fabbricare.
Nel lutto privato poi esponevansi le imagini del defunto ad incitamento di virtù, come s’esprime al proposito Sallustio: Sæpe audiri præclaros civitatis nostræ viros solitos dicere, cum majorum imagines intuerentur vehementissime sibi animum ad virtutem accendi: scilicet non ceram illam, neque figuram, tantam vim in se habere: sed memoriam rerum gestarum eam flammis egregiis viris in pectore crescere, neque prius sedari quam virtus eorum famam atque gloriam adæquaverit[269]. Doveva Foscolo di certo aver rammentato questo passo, del quale serbò perfino qualche parola, quando cantava ne’ Sepolcri:
A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti[270].
E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco prima cantato come tanto venerata e sacra fosse la memoria de’ cari defunti, che venisse perfino giurato su di essa:
. . . . e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento[271].