Non lascerà il lettore in codesta citazione di rilevare la costumanza d’offrire ai morti i doni su d’una tegola o coccio. Venivano sporti anche su d’una pietra.
Anche Giovenale accennò alla tenuità delle offerte che si facevano a’ defunti, nella Satira V, dicendola Exigua feralis cœna patella[274].
Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei celesti, erano interdette le nozze e vietato l’uso del fuoco, perocchè si reputassero giorni immondi: di che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo libro secondo Fastorum, dove pure ricordò che in quelle feste, feralia, facevasi altresì sagrificio alla dea Tacita o Muta, della quale canta la sventura e i casi avventurosi, per avere garrula rivelato ella alla ninfa Giuturna gli amorosi intendimenti del Tonante verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le furie gelose di Giunone, onde Giove resola muta e affidata a Mercurio perchè la scorgesse a’ regni inferni, venisse da questo Dio fatta madre dei gemini Lari, divenuti poi questi custodi della romana città.
V’erano poi anche le Inferiæ, e sacrifizi in onore degli Dei d’Averno, che celebravansi a notte dal sagrificatore seguito dagli Editui, o guardiani, che avevano la cura de’ templi, dai Camilli e Camille, giovanetti che assistevano ai sagrifzi, dai popi o ministri che menavan le vittime, le quali erano in tale occasione un bue ed una pecora, e dai vittimarj, e talvolta anche dai littori preceduti dal suono dei siticini e dai præclamitatores, che ingiungevan la sospensione del lavoro. Accoltisi questi intorno all’ara uno de’ præclamitatores bandiva alla accorsa plebe silenzio, acciò non isfuggisse pur una voce di sinistro augurio:
. . . . Vos pueri et puellæ
Iam virum expertæ, male ominatis
Parcite verbis[275].
E il sacerdote compiva allora il sagrificio, invocando i nomi terribili di Ecate e di Proserpina, ed aspergeva di vino il sepolcro.
Da’ riti funerarii è naturale il passaggio a ragionar de’ sepolcri, che i romani ergevano a memoria ed onoranza de’ loro cari ed illustri defunti. Dirò di essi prima di particolareggiar di quelli che troveremo schierati lungo la Via delle Tombe di Pompei, per la quale mi sono proposto di condurre il mio benevolo lettore.
Come semplici erano stati i primi costumi di Roma; semplici e modeste erano pure state le loro tombe; ma poichè ebbero i nipoti di Romolo a fare prima cogli Etruschi e poi colla Grecia, impararono così dall’un popolo e dall’altro solennità e pompe che vennero ogni dì più, anche per loro aggiunzioni, crescendo. Già dissi de’ ludi gladiatorj introdottisi ne’ funerali allorchè volevansi splendidi e solenni: ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso, maravigliose talvolta, a seconda delle fortune del trapassato.