Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre vi si praticavano valevano veramente a tramandare a’ posteri la memoria de’ nomi e delle gesta gloriose:
Religïon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine di anni[284].
Nondimeno questi monumenti che si elevavano a spesa pubblica e per cagione d’onore, rispondendo al significato delle due parole greche onde il nome si componeva, non contenevano le ceneri o gli avanzi del corpo della persona che si voleva onorare: erano costruzioni semplicemente commemorative, come sono oggidì talune di quelle che sorgono nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe fare il Panteon degli illustri italiani; onde Virgilio nel lib. III dell’Eneide appellò eziandio tal sorta di tumuli tumulus inanis, o vuoto, là appunto dove ricorda il cenotafio rizzato da Andromaca ad Ettore suo marito.
I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i cenotafi non erano sacri, come quelli de’ sepolcri.
Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggiorenti erigevansi cenotafii, mausolei, vôlte sepolcrali, piramidi ed altrettali opere architettoniche e scultorie; per cittadini minori, o poveri, adottavansi corrispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano le columellæ, dette anche dai Latini cippi; le mensæ, le tavole quadrangolari più lunghe che larghe; i labellæ o labra, che erano pietre a forma di bacino; le arcæ somiglianti a forzieri, sorrette per lo più su’ piedi di lione o d’altro animale.
Ageno Orbico ricordò varii luoghi ne’ sobborghi di Roma, dove stavano moltissimi sepolcri di persone del volgo e di schiavi. Sestertium denominavasi il campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi le persone ch’erano state per ordine degli imperatori mandate a morte; nè a me è dato ricordarle, senza ad un tempo rammemorare la interessantissima scena che vi fa svolgere nel suo bello e dotto romanzo Tito Vezio il patriotta Luigi Castellazzo, cui una straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto il pseudonimo di Anselmo Rivalta.
Allorchè sulle iscrizioni de’ sepolcri leggevansi le parole tacito nomine, sottacendosi ad un tempo il nome delle persone alle quali appartenevano, significavano esse che racchiudessero persone dichiarate infami.