Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga. In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a costoro; era curioso che dovessero menar botte all’orba, perchè le visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi. Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate. L’uno è nominato Bebrix, cioè della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il suo avversario è Nubilior e ne conta undici; di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori, due secutores e due retiarii, alle prese fra loro, leggesi il nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e di Hippolitus, secutor, degli altri due no. Quello che pugna con Nitimus vedesi ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome di Quintus Ampliatus, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.

Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.

Sepolcro circolare è quello che segue subito, con base quadrata e torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto del 63.

Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle, rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa, è questa iscrizione:

IVNONI
TYCHES IVLIAE
AVGVSTAE VENER[295].

Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al servizio di Giulia figliuola d’Augusto.

Non credasi qui che la parola Junoni accenni alla Dea di questo nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio tutelare di Tiche; perocchè Junones si dicessero appunto le fate e gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva che uno nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suo Dizionario delle Antichità, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre l’angelo maschile (Genius, Silvanus) fosse abitualmente rappresentato nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.

Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto:

Natalis Juno sanctos cape thuris honores

Quos tibi dat tenera docta puella manu[296].