In quanto all’ultima parola della iscrizione, Vener, io seguii la comune interpretazione, leggendo Venerea; altri però lessero Augustæ Veneri, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il dire Augustæ Veneris, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.
Che per altro Venerea fosse una condizione di schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare al Venerium o luogo aggiunto al bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato il Venerium nell’annunzio già riportato da una parete pompejana: In prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ, pergulæ, cœnacula. Rosini nella già citata Dissertatio Isagogica, trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano i Venerii, li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto venerio[297].
Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio, viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito, fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse arbitro?[298]
Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per sè solo esprime gentilissimo affetto: SERVILIA AMICO ANIM...[299]; ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nel columbarium si trovò un cippo colla iscrizione LVCCEIA IANVARIA. La struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto, che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nè columbarium, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:
C. CALVENTIO QVIETO
AVGVSTALI
HUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM
DECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300]
HONOR DATVS EST.
Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O. C. S. (ob civem servatum) che si leggono sullo scanno. Le muraglie del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or più non si distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.
Del triclinium funebre, che è pur a sinistra formato da tre panchi di fabbrica e servienti al silicernium o banchetto funerale, dissi più sopra.
Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si designò col nome di Giardino delle colonne in musaico od anco di Sepolcro del Vaso blu, da quattro colonne in musaico, che sono uniche finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca, dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.
Segue la tomba detta delle Ghirlande da alcuni festoni sorretti da tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due are, denominate acerræ secondo Pompeo Festo, o aræ turicremæ, come vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (Æneid. IV, 453), perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio (Heroid. 2. 18) chiamò turicremi foci le vampe che levavansi da esse e Lucano (Phars. lib. 9. 989) turicremi ignes.
L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo, l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.