Il sepolcro dalle porte di marmo è in opus reticulatum, cioè in materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco. La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi ora al Museo Nazionale.

In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti iscrizioni:

N. ISTACIDIVS
HELENVS PAG.

N. ISTACIDIAE
SCAPIDI[302].

Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:

N. ISTACIDIO HELENO
MAG. PAG. AVG.
N. ISTACIDIO IANVARIO
MESONIAE SATVLLAE IN AGRO
PEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].

Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.

Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.

Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche: ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali, colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela, mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo. Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio si sarebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la poppa termina in collo di cigno.

A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto, o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.

Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra comune.