E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illustrare quanto m’accadde di dire intorno alla religione de’ morti nell’antichità romana.
Solo mi corre obbligo adesso, a pieno compimento e prima di congedarmi da questo capitolo onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segnalare al buon lettore che mi ha seguito fin qui, una particolarità, che vale egualmente a confermare l’uso romano che tutti i sobborghi d’una città servissero a sepolture. Gli scavi eseguiti ne’ mesi di maggio e giugno 1854 fuori dell’altra porta pompejana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati cadaveri, e chi sa che altrettanto non venga forse di constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in sodo che non solo a Roma, ma fuori quasi tutte le porte di tutte le città conformate agli usi di Roma, e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppellire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — perocchè non si costumasse inumarli — e rizzare monumenti funebri ed ipogei.
La quale consuetudine rispondeva al bisogno che provavasi e che son venuto dimostrando di onorare la memoria dei cari trapassati, avendone le dilette reliquie in vicinanza delle abitazioni, nè punto comprometteva la pubblica igiene. Non era come de’ nostri cimiteri suburbani, che raccogliendo non le ceneri, ma i cadaveri, saturano delle loro decomposizioni la terra, corrompono di loro esalazioni l’aere e infettano le acque che vi filtrano e via trascorrono seco traendo i tristi elementi della putrefazione, germi ignorati di epidemie e d’altri mali: il fuoco invece lasciava ceneri purificate ed innocue, e spogliava le tombe di quell’orrore — sia pur sacro — che adesso ispirano, malgrado vadano i sacri recinti eretti con superbe architetture e decorati di splendidi e marmorei monumenti.
Ond’è che naturalmente son condotto a chiudere l’argomento coll’associarmi al voto di chi in oggi si fè apostolo del ritorno al sistema della cremazione, come quello che sia per essere il solo che ci permetterà d’aver per sempre e senza nocumento a noi vicini i preziosi avanzi dei nostri cari.
CONCLUSIONE
Mi fu detto, all’apparire del primo volume di questa mia opera, come il tuono spigliato e leggero col quale l’avevo incominciata nullamente annunziasse che poi sarebbesi mutato sì presto per diventare accigliato talvolta e grave sempre; che d’un libro, il qual sarebbesi creduto di solo amena lettura, quale avrebbe potuto essere se unicamente di impressioni e ricordi di un viaggio, ne sarebbe poi uscito fuori un gazofilacio di classica erudizione. L’osservazione, od appunto che si voglia appellare, era giustissimo, e a dir vero non era stato pure ne’ miei primi intendimenti di riuscire al lavoro che solo adesso ho ultimato; ma, come con ragione sentenziarono i nostri vicini di Francia c’est en mangeant que l’appetit vient, toccando cose ed argomenti che furono sempre l’amore e lo studio miei fin da’ più giovani anni di mia vita, m’era stato impossibile farlo senza lasciarmi andare a percorrere tutto intero l’arringo.
M’addiedi allora di poter mirare anche a proficuo fine. Addentrarmi nelle questioni di pura archeologia e impancarmi co’ suoi campioni, nè avrei avuto la forza, nè parevami perdonabile tampoco l’ardimento, da che allora avrei dovuto, come gli altri fecero, eleggermi per lungo tempo a soggiorno i luoghi medesimi delle mie indagini ed intraprendere studj che le peculiari mie condizioni mi contendevano, per non giungere forse, in ultimo risultamento, a recar qualsiasi buon contributo alla scienza, alla quale sopra luogo attendono diggià nobilissimi intelletti pur del nostro paese. Mi sembrò quindi più profittevole scopo convergere quanto già l’archeologia aveva degli scavi pompejani illustrato, a chiarire più direttamente la vita pubblica e privata degli antichi Romani, da che Pompei ne fosse stata una colonia e così quanto era stato esumato della gentile città porre in armonia con quanto scrittori, storici e poeti di quell’età avevano lasciato a’ posteri ricordato a giovarsi così reciprocamente di commentario e illustrazione.
I giovani uscenti dalle scuole carico il capo di quella indigesta erudizione che loro infarciscono antologie e crestomazie, presto la dimenticano, perchè appunto confusamente e forse a mala voglia appresa ne’ brani scelti degli autori latini o greci che loro pongonsi avanti. Carità mi pareva venire loro in soccorso con opera che ordinata e distribuita seriamente, servisse a collocare tutta quella farragine di nozioni a proprio posto e rendere queste per tal guisa indimenticabili e di utilità efficace; onde per dirla con un concetto dantesco, moleste nel primo gusto, lasciassero, digeste, vital nutrimento[312]. Quello che in qualche modo avevano il barone di Theis ottenuto col suo Policleto a Roma, e Barthelemy coll’Anacarsi in Grecia, ed altri coi Viaggi di Antenore e di Trasibulo nella Grecia e nell’Asia, io vagheggiai poter fare con Pompei e le sue Rovine in Italia, discorrendo alla mia volta delle romane istituzioni[313].
Vi sarò io riuscito?....
Non chieggo la risposta nè a Fiorelli, nè a Minervini, nè agli altri severi cultori delle archeologiche discipline. Il mio libro non è fatto per essi: v’ha un altro pubblico e più numeroso, quello che sulle opere loro irte di greco e di osco si addormenterebbe, il quale ha pur d’uopo d’essere confortato di buoni studj, ma che s’acciglierebbe e darebbe addietro davanti a forma troppo severa, a discettazioni troppo erudite, e il cui fine e la cui utilità non si vedon poi sempre coronate da esito felice.