Havvi poi un interesse ancor più generale in questi studj che mi sono proposto ed è che una più profonda conoscenza della antica società romana avesse a valere ad aprire gli occhi de’ presenti sovra erronee credenze ed estimazioni che si son venute facendo di essa infino ad ora e che tuttavia non sono senza discapito nostro.

Precettori e scrittori non hanno ancor cessato di mezzo a noi di mettere i tempi e le istituzioni dell’antica Roma a raffaccio coi nostri tempi e colle istituzioni nostre, di giudicare l’antica storia coi criterii dell’attuale, e di spiegare persino le storie dei nostri politici rivolgimenti colla storia di quel gran popolo, dicendosi continua la riproduzione degli eventi, identiche le passioni, virtù e vizi eguali in tutti i tempi. Epperò argomentarono essi possibile ed utile il risuscitare i provvedimenti di allora, mentre la nostra intelligenza, che s’è venuta di età in età modificando, e in continuo movimento di progresso, esiga che leggi della umana associazione non abbiano ad essere più le medesime.

Come vorreste voi conciliare infatti le antiche istituzioni, che sì strettamente si collegano colle credenze religiose, colle moderne che tendono a emanciparsi da ogni vincolo religioso? Come spiegarci tante leggi adesso, che allora avevano la ragion d’essere nelle istituzioni di patrizii e di plebei, di patroni e di clienti, di signori e di schiavi? Come invocare al nostro tempo, giusta quanto adoperiam sì sovente noi avvocati, seguiti anche troppo spesso da’ giudici, l’autorità de’ romani giureconsulti, quando la patria podestà antica non era che una mostruosa tirannide del diritto di vita e di morte, e di vendita per tre volte perfino del figlio; quando sproporzionata la successione tra il fratello e la sorella; quando, per non dir d’ogn’altra anomalia, il patriotismo stesso toglieva di mezzo ogni sentimento naturale e la libertà veniva così compresa da escludere qualsiasi guarentigia per quella individuale?

Richiamare pertanto adesso, in cui non è cessato ancora in Italia il periodo della incubazione legislativa, l’attenzione allo studio dell’epoca romana, mi sembrò di non lieve importanza ed anche di assai pratica utilità.

Dopo enunciati cotali intenti, avanti di congedarmi dal lettore, mi sia concesso rivolgere un ultimo sguardo agli scavi di Pompei. Essi procedono sotto la intelligente e dotta direzione di quell’illustre che è il summentovato comm. G. Fiorelli e sta bene, e sono con amore e studio seguiti da egregi cultori delle dottrine archeologiche, che li vengono illustrando principalmente nel Giornale degli Scavi che si publica in Napoli, ma che sventuratamente è in mano di pochi, ed al quale ho io sì di sovente ricorso in questa mia opera, e sta bene ancora; ma intanto che si affatica da una parte ad esumare quanto è ancora sepolto, che fa dall’altra il Tempo? Prende la sua terribil rivincita di quanto non ha potuto distruggere sinchè la terra che vi stava sopra gli vietò l’opera demolitrice. Smantellati i tetti delle case, distrutti i piani superiori, arsi e caduti gli impalcati, spezzate e giacenti le colonne, disperse le pietre sepolcrali, la pioggia, il sole, il vento hanno presa sui ruderi antichissimi e già in più luoghi essi non serban pur l’ombra di quel che furono in addietro. Invano si ricorre a riparazioni, proteggendo alcune muraglie con tegole, ricoprendo di tetti recenti taluni edifici; invano si procura lasciare quanto si può in luogo, acciò ne sia conservato il carattere[315]; invano si creano regolamenti e discipline; il tempo, più potente di tutto, permette intravvedere, in epoca non lontana, che pria che tutta la restante città venga dissepolta, quella che già lo è abbia a ridursi a un monte di indistinte macerie e si avveri quel che Foscolo constatò degli antichi monumenti, che

Il Tempo colle fredde ali vi spazza

Fin le rovine[316].

Già più pareti di camere delle loro dipinture non hanno che qualche traccia appena: altre l’hanno perduta affatto; già segni ed emblemi caratteristici scomparvero, caddero graffiti, scomparvero iscrizioni, rovinarono muri, da che la distruzione dei tetti fosse già opera del cataclisma vesuviano, e chi visita con interesse Pompei se ne preoccupa e tanto più in quanto la parte primamente scoperta si giudichi, come provai, la più interessante.

Che avrebbesi dunque a fare?

V’ha chi crede che por mano a riparazioni e ristauri sia opera profana poco meno di empia e si ha forse ragione: epperò per que’ tratti almeno, ne’ quali la rovina si determina così da togliere ogni ulteriore interesse per l’archeologo e pel curioso osservatore, non potrebbe mo’ cavarsene partito, purchè ceduti, dietro apposite discipline e dicevoli corrispettivi, a ricchi privati, si imponesse ai cessionari di ricostruire sulla originaria architettura pompejana? Delle migliaja di ricchi sfondolati che visitano ogni anno gli scavi, chi può dire non si trovi alcuno che ami avere in questo ridentissimo ed ubertoso pendio che il Vesuvio sogguarda, al par di Cicerone, il suo vaghissimo Pompejanum?