Raccendete agli dei, chè troppo lunghi
Secoli di votiva ostia l’han privi[317].
FINE.
APPENDICE PRIMA I busti di Bruto e di Pompeo[318].
La lentezza colla quale ha proceduto, senza alcuna mia colpa e contro anzi ogni mia volontà, la stampa di quest’opera ha prodotto, fra gli altri, anche questo inconveniente, che si avesse a smarrire quella parte di manoscritto che recava la dichiarazione dei due busti di Pompeo e di Bruto, che doveva avere il suo luogo nel capitolo XVIII, che tratta dell’Arti Belle, e là proprio dove io venni intrattenendo il lettore della statuaria e ne notai lo scadimento allo invalere più frequente di questo genere di scultura che sono i busti, e avrei voluto recar esempi pompejani di questo genere. I disegni di tali busti furono tuttavia collocati a quel posto e li avrà veduti il lettore nel secondo volume: ora occorre che al difetto involontario sopperisca la presente appendice.
Nelle ultime stanze della casa di Lucio Popidio Secondo in Pompei nella Regione seconda ed alla altezza di pochi metri dal suolo vennero in questi ultimi anni (19 e 24 novembre 1868) ritrovati i due busti de’ quali è argomento[319]. Gli archeologi non esitarono a sentenziare raffigurare l’uno Cneo Pompeo, il gran capitano che rivaleggiò con Giulio Cesare, epperò denominato Magno, e il qual fu vinto da quello nella battaglia di Farsalia e quindi ucciso; e l’altro le sembianze di Marco Bruto, ultimo repubblicano di Roma e uccisore di chi aveva alla sua volta uccisa la romana libertà.
Comunque io abbia dovuto notare che la furia de’ busti in Italia segnasse l’era della decadenza dell’arti; pur tuttavia questi che si esumarono in Pompei sono ben lungi dallo accusare degenerazione di gusto. I migliori giudici e buongustai affermarono arditamente che considerevole sia il valore artistico di queste opere, e che appartengono a greco scalpello. Sono esse del più puro e fino marmo pario; ma ciò non tolse che la moda di allora non li avesse a colorire, come è dato di convincersene per alcune traccie che vi si riconoscono tuttavia di colore: lo che è importante per la storia dell’arte di tener conto.
E venendo prima a dire del busto del magno Pompeo, dinanzi ad esso è mestieri ammettere che dove la storia non ci avesse nel narrare le gesta di questo illustre appreso il carattere di lui, questa opera elettissima del greco artista sarebbe venuta opportuna a riempiere la lacuna, perocchè l’espressione che vi assegnò attesterebbe di quella nobiltà naturale, di quella piena coscienza di sua nobiltà onde andava altamente distinta questa grandiosa figura storica sin dalla sua giovinezza. «Molte erano le cagioni, scrisse Plutarco di lui, che amar lo facevano: la temperanza nella maniera del vitto, l’esercitarsi che faceva nell’armi, l’attività di persuadere che aveva nel suo ragionare, la fermezza de’ suoi costumi e la gentilezza e l’affabilità nell’accogliere e nel trattar le persone; non essendovi alcun altro che men di lui molesto fosse in pregare, nè che s’impiegasse con più di piacere in servizio di chi nel pregava; mostrando egli alacrità nel far benefizii, e ritegno e gravità mostrando in riceverli. Da principio aveva egli ben anche l’aspetto che non mediocremente cooperava a cattivargli la propensione degli animi e che parlava in di lui favore prima ch’ei movesse parola. Imperciocchè l’aria amabile, che in esso appariva, maestosa era ad un tempo stesso e soave; e dalla sua giovine e florida età a tralucer cominciaron ben tosto i suoi onorevoli ed augusti costumi»[320]. Anche Vellejo Patercolo e Plinio il Vecchio, attestarono di questa sua decorosa bellezza dicevole alla grandezza del suo stato ed alla sua fortuna[321].
Qual maraviglia allora, che Lucano, nella sua Farsaglia, lui apostrofando nei giorni che la Fortuna aveva preso in fastidio i suoi trionfi, così gli dicesse:
Cum conjuge pulsus,