Et natis, totosque trahens in bella penates,
Vadis adhuc ingens, populis comitantibus exul?[322].
Questo busto pompejano che lo rappresenta vuolsi d’assai superiore, così per sentimento, che per esecuzione, alla statua di Pompeo che si trova nel palazzo Spada a Roma, e che si pretende essere quella a’ cui piedi, come ci raccontò e riferisce il succitato Plutarco, Giulio Cesare venne in senato assassinato da Marco Bruto.
Il secondo busto, quello cioè che raffigura la testa di quest’ultimo, fa al primo degnissimo riscontro per merito d’arte: epperò ha naturalmente una espressione ben diversa dall’altro. Il suo carattere è per lo appunto quello che Cicerone ed altri autori attribuirono a Marco Bruto; e poichè parlando di Pompeo m’avvenne di invocar l’autorità dello Scrittore delle Vite degli uomini illustri, farò la stessa cosa trattando di quest’altro personaggio.
«Bruto, scrive egli, modificando i costumi suoi cogli studi delle belle discipline e colla ragione per mezzo della filosofia, ed eccitando ad intraprendere grandi azioni il proprio suo naturale, che grave era e mansueto, sembra che avesse un’ottima e affatto acconcia temperatura al bello e all’onesto: cosicchè anche quelli che in odio lo hanno per la congiura contro Cesare, se in quella operazione v’ha pur nulla di generoso, lo attribuiscono a Bruto; e rivolgono quanto v’ha di dispiacevole addosso a Cassio, che famigliare era ed amico di Bruto, ma non già simile ad esso nella semplicità e gravità de’ costumi[323].»
Fra codesto busto di Bruto esumato a Pompei e quello che si conserva al Museo Capitolino di Roma non si riscontra soverchia differenza; perocchè perfettamente eguali nella loro espressione di risoluzione profonda e concentrata. Della quale così testimonia il medesimo Plutarco: «Si racconta che Cesare la prima volta che il sentì disputare, disse verso gli amici: Io non so quello che questo giovane si voglia; ma tutto ciò che ei si vuole, il vuol con gran forza. Imperciocchè per la ferma costanza sua e pel suo non accondiscendere di leggieri ad ognuno che lo pregasse, ma voler operare, mosso da buon ragionamento e da determinazion di consiglio, tutto ciò che onesto fosse, avveniva che dov’ei rivolgevasi, uso faceva della più forte ed efficace energia per effettuar ciò che voleva».[324] Cicerone del pari così rammenta il summentovato detto di Cesare a riguardo di Bruto: quidquid vult valde vult[325].
In quanto alla parte che riguarda in questo busto l’esecuzione, questa non è solo valentissima, ma si attrae tutta la maggiore considerazione, e direbbesi fors’anco, nel sentimento de’ più competenti uomini, superiore a quella del busto di Pompeo.
E poichè nel dir più sopra di quest’ultimo, ho richiamato il confronto d’altro ritratto di lui contemporaneo, piacemi far altrettanto a riguardo del busto di Bruto, giovandomi all’uopo d’una nota di quell’eccellente studio sulla Società Romana, che è Cicéron et ses Amis di Gastone Boissier[326].
Nell’antico museo Campana in Roma era una statua assai curiosa di Bruto. L’artista che la scolpì non vi aveva cercato di idealizzare il suo modello e sembra non avesse aspirato che ad una volgare realtà; pur tuttavia vi si riconosceva Bruto. A quella fronte bassa, a quelle ossa facciali pronunciate con tanta pesantezza, vi si indovinava uno spirito ristretto e un’anima ostinata. Il volto ha un’aria febbrile e malaticcia, è giovane e vecchio ad un tempo, come avvien di coloro che non hanno avuto giovinezza. Vi si sente principalmente una strana tristezza, quella d’uomo accasciato sotto il peso d’un destino grande e fatale. Nel bel busto invece di Bruto conservato nel museo del Campidoglio, il volto è più pieno e più bello. Vi stanno la dolcezza e la tristezza, l’aria malaticcia è sparita. I lineamenti vi rassomigliano affatto a quelli che si veggono sulla famosa medaglia che fu coniata negli ultimi anni di Bruto e che porta al suo rovescio un berretto frigio fra due pugnali colla leggenda: Idus Martiæ.
Michelangelo aveva pure cominciato un busto di Bruto, del quale si può vedere il magnifico abozzo agli Offici di Firenze. Non era certo uno studio di fantasia, ma si scorge ch’ei s’era valso di ritratti antichi, idealizzandoli.