Queste due preziosissime reliquie della statuaria antica, che sono i busti di Pompeo e di Bruto, che son venuto illustrando andarono, come la più parte delle opere trovate ad Ercolano e Pompei, ad impreziosire il nazionale Museo di Napoli, dove io pure le ho ammirate.

L’egregio artista scultore cav. De Crescenzo di Napoli, potè eseguire il restauro nelle parti rotte e scheggiate, e il dotto archeologo G. De Petra, che nel Giornale degli Scavi[327] ne fece una ragionata dichiarazione, lodandonelo, avverte che «ci è piuttosto motivo di congratularsi, anzi che di dolersi intorno allo stato di conservazione, in cui ci sono pervenuti questi due monumenti. Il carattere di realtà e di verità, sì profondamente scolpiti in tutti i loro lineamenti, li fa senza alcun dubbio definire per ritratti.»

APPENDICE SECONDA L’eruzione del Vesuvio del 1872 detta del 26 aprile[328].

Nel Capitolo primo di questa mia opera, ebbi a notare come ne’ giorni del mio soggiorno in Napoli, verso, cioè, la metà del dicembre 1869, il ch. cav. Luigi Palmieri, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, avesse segnalato agitazioni nel sismografo, le quali dovessero essere precorritrici di sotterranee commozioni. Notai del paro come infatti si avessero a tradurre in iscosse di tremuoto in qualche città italiana e nella catastrofe poscia toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leucadia, la cui capitale Amaxichi, stando a’ dispacci telegrafici ed ai giornali dell’ultima settimana del dicembre di quell’anno, avesse ad essere interamente rovinata[329].

Queste agitazioni, queste scosse e codesti considerevoli guasti erano i prodromi d’un periodo di commovimento vesuviano, che offrì nel 1871 spettacolo di accensione e di infocate lave, non che nel successivo anno 1872, dove aveva la sua massima attività e intensità, periodo che pur ai giorni che scrivo non è per avventura ancor chiuso, come n’abbiamo prova in alcune importanti manifestazioni avvenute nel mese di marzo ed anche successivamente nel corrente anno 1873.

Io reputo conveniente, avanti impor termine a questo lavoro, di raccogliere in poche pagine la terribile e lagrimosa storia della eruzione vesuviana suddetta seguita nello andato anno 1872; perocchè, al giudizio dei dotti, essa annoverare si debba tra le più celebri e disastrose, e sarà compimento della rapida monografia, che del Vesuvio ho nel detto primo Capitolo dettata.

Nè far di meglio io credo quanto spiccare dalle varie pubblicazioni avvenute in Napoli a que’ giorni, nelle quali sentesi ancora tutta l’impressione di chi fu spettatore di quei formidabili furori vesuviani, tenendo conto per altro di que’ giorni soltanto, in cui la furia del monte fu maggiore e l’eruzione al colmo.

Questa eruzione vien designata del 26 aprile 1872, perchè fu in tal giorno che si manifestò nella sua maggiore violenza. Ma se questa maniera di distinguere le conflagrazioni del monte, disse il Palmieri nella Conferenza tenuta in Napoli pubblicamente il 9 maggio di quell’anno, è commoda per la storia, è invece falsa innanzi alla scienza; poichè questi grandi incendii non sono che fasi e manifestazioni di più o meno lunghe durate de’ grandi periodi eruttivi. L’eruzione quindi di che ora tratto, secondo l’illustre professore, rimonterebbe al 1 gennajo 1871.

«Io al primo gennajo 1871, soggiunse egli, annunziava sulla stampa che un periodo eruttivo era definitivamente stabilito, che sarebbe di lunga durata, e le cui fasi non poteva prevedere; al 13 gennajo comparve il piccolo cono come un piccolo fanale che sembrò poi fare sosta: era il finale del primo atto. Nel gennajo 1872 ricomparve il piccolo cono ed accanto ad esso delle bocche tonanti, con tutta la serie degli avvenimenti vesuviani che occorsero in quest’anno... Deve però dirsi che quello che abbiamo noi veduto è veramente la fase ultima della lunga eruzione che ha avuto incominciamento il gennajo del 1871»[330].

La notte del 21 aprile incominciava splendidissimo lo spettacolo delle lave incandescenti che scendevano dal cono del Vesuvio. Tale spettacolo si poteva ammirare anche in Napoli e a Santa Lucia, infinita era la gente che stava a contemplarlo; ma moltissimi ben anco coloro che dalla città facevansi colle carrozzelle trasportare alle falde del monte. Ma prima che il giorno spuntasse le lave avevano arrestato il loro corso, una sola avvanzavasi nell’Atrio del cavallo maestosa.