Un telegramma del Palmieri del mattino (ore 6 ant.) del 25 aprile così l’annunziava: «Grande incremento nella eruzione del Vesuvio, coincidente col tempo dal plenilunio, siccome avvenne nello scorso mese. Il fuoco si mostra per quattro bocche, ma la lava esce più copiosa per quella che si aprì alla fine di ottobre dello scorso anno. Essa scende pel lato meridionale del cono occupando la sabbia che serviva alla discesa.
«La maggiore attività dei crateri si notava da jeri l’altro con agitazione dei soliti strumenti.»
La notte che seguì un tal giorno è così descritta da Martino Cafiero in una lettera al signor Zerbi, redattore del giornale Il Piccolo di Napoli:
«Giunti, dopo un cammino di due ore almeno, a pie’ dell’Eremitaggio e dell’Osservatorio, smontammo di carrozza, e cavalcando, il mio amico ed io, due cavalli che avevamo fatti venir da Resina, ci dirigemmo, accompagnati da due guide con fiaccole, alla volta del monte. Dall’Osservatorio un sentieruzzo erto, arenoso, sfranato di qua e di là, conduce a piè d’un gran piano di vecchia lava — lava del 1871 — sul quale piano la nuova eruzione si riversa. Lasciammo i cavalli là; e c’inerpicammo su per quei massi ineguali, ancora caldi dopo un anno che furono spenti. Sai la superficie d’un mare in tempesta, che s’eleva, s’abbassa, s’increspa in flutti e gobbe ed avvallamenti tutti intorno per l’ampio spazio? Ebbene fa di pietra quella superficie di mare sconvolto; falla nera, rotta e ferrigna, ed aspra, e sonante sotto i passi, d’un suono schiacciato ed acre: e ti sarai fatta l’imagine del luogo pel quale condotti passavamo. A stento, saltando di picco in picco, incespando nei crepacci e nelle screpolature, sorretti dalle guide, poggiandoci sopra lunghi bastoni a punta, giungemmo in un luogo ch’era discosto dalla punta d’una lava quanto è il largo della Carità dallo Spirito Santo. Le guide volevan condurci sino al foco: io però mi sentiva rotto tutto, e volli sostare; ci ponemmo a sedere su d’uno di quei massi pungenti e rivolgemmo lo sguardo al monte.
«Vedevamo, alla nostra destra, in alto alla montagna un centro di foco vivissimo, dal quale uscivano, a sbuffi violenti, ora fiamma, ora fumo, ora massi, lanciati, come enormi carboni accesi, ad una altezza portentosa. Da quel centro, in una lunghissima linea zig-zag sulla schiena del monte, vedevasi scendere la lava: questa però luminosa in alcuni punti e già oscura in altri, pareva proceder lentamente e quasi star immobile, ad onta della gran vivacità ed attività dei cratere originario. Il cielo non era limpido, ma sparso di nubi leggere e bianche; nessun’aura di vento, un gran silenzio ed una quiete pressochè sinistra tutto intorno: da quell’alto monte tutto valli nere sino a quel mare in cui si rifletteva, come in un cristallo opaco, una velata luna. Lo stesso vulcano non dava nè boati nè tuoni, e solo l’alta bocca che t’ho detto facea sentir come l’ebollizione d’una mostruosa caldaia. La scena non era imponente tanto, quanto sinistra; quel mare di pietre e di ferrigne schiume su cui stavamo seduti, pallidamente rischiarate da una triste luna annebbiata, metteva, nella sua immane vastità, raccapriccio e spavento; nè si poteva guardare senza brivido quel tetro monte con quella fiammaccia in cima, sovra cui, a guisa di schiuma sanguigna che circondasse le infocate fauci d’una belva sovrannaturale, un fumo bianco, qua e là macchiato di chiazze rossicce.
«Ed ecco che come noi, taciti e tutti compresi da quel tremendo spettacolo, guardavamo lungamente il cielo e il monte e quella valle fosca, tutto ad un tratto una vista improvvisa e rapida ci colpì. Al disotto non molto del cratere di cui t’ho parlato, inopinatamente una gran macchia di foco comparve; la quale, senza strepito, senza rumore, silenziosamente, come una immensa cortina di foco s’allargò sulle spalle del monte, con un movimento laterale e perpendicolare insieme. Vedemmo allora come una gran muraglia di fiamma viva; e il calore e il riverbero ci percosse tutt’ad un tratto il viso, e vedemmo l’immenso foco ripercosso dal fumo, dal cielo, dalle nubi circostanti, e laggiù laggiù era il mare immobile, di cui un pezzo divenne come di sangue. La luna era uscita fuori dalle nubi, e splendeva limpidissima; e quella luce candida e quella luce infocata, quell’astro, quel vulcano, quel cielo, quel mare, che riflettevano a gara l’uno e l’altro; tutti quegli splendori, tutti quei riflessi; que’ terreni, quelle mitezze, quella vastità di spazii e quella selvaggia, indomita, superba potenza di fenomeni, fecer subitamente magnifico l’indescrivibile spettacolo e spiegarono sotto i nostri occhi stupefatti un quadro che avrebbe fatto poeti sin certi scrittori di versi del tempo presente.
«Delle nostre due guide una, la migliore, era andata presso l’estremità della prima lava per recare, come usa, pezzi di quella con monete conficcatevi dentro.
«L’altra guida stava presso di noi e ci spiegava, col buon senso d’una guida, come tutto quel nuovo foco, il quale in un attimo aveva allagata la montagna, non potesse in meno di tre ore giungere sino a noi.
«La spiegazione non ci parve evidente e volemmo tornare. Prendemmo infatti la via, insieme a tre nostri amici, nei quali ci abbattemmo, e che ci debbono la vita poichè li dissuademmo dall’andare innanzi; e saltando e dirupandoci balzelloni su per quelle pungenti e scoscese rocce, in mezz’ora fummo là dove avevamo lasciato i cavalli.
«Come tornavamo, lungo quegli aspri greppi, in molti ci scontrammo, che andavan su come noi eravamo andati, e che forse non tornarono come noi tornammo. Molte forestiere favelle colpirono i nostri orecchi, e mi si stringe il core pensando ora a chi venne forse di lontane terre, e cercando i diletti della vita e gli spettacoli della diversa natura, incontrò lontana dai cari suoi, la morte.