«In un punto, su d’un alto masso, seduti l’uno accanto all’altro, vedemmo una donna ed un uomo.
«Si tenean per mano e non si parlavano; ma su’ loro visi giovani era dipinta l’estasi della contemplazione e dell’amore. Gli occhi dell’uno scintillavano come quelle fiamme vulcaniche, quelli dell’altra eran dolci, immobili e puri, come quell’astro d’argento che tutta la circondava de’ suoi bianchi splendori.
«La vista dei due amanti m’è rimasta immobile nella mente. Vorrei saper di loro, e pure, se lo potessi, come chiederne notizie? non oserei farlo! Tornarono? o......? Ed erro e mi tormento in questo dubbio, e non so se essi vivono, o se, morendo, furon degni d’alta pietà o d’infinita invidia.
«..... Ad un tratto un suono basso e cupo ci fece girar l’occhio indietro. E vedemmo come se tutta la montagna s’incendiasse. Le nere macchie che prima vedevansi tra le due grandi lave, scomparvero in un baleno; e non si vide che tutta una fiamma che s’avanzava e si dilargava sul piano di vecchia lava, su cui poco innanzi eravamo.
«Non era ancor nato nell’animo nostro lo spavento di quella terribile vista, quando già essa ci fu tolta. E vedemmo irromperci innanzi alla faccia quasi una nuova montagna più fosca della prima, ed incalzarci ed esserci sopra con movimento precipitoso. Era orribile sbuffo di fumo così fitto che fece la tenebra dove poco innanzi era tanta la luce d’incendio; e da quello si svolgeva tale puzzo di zolfo e di bitume che subito rivolgemmo altrove il viso e quasi il respiro ci venne meno.
«Cercammo scampo nella fuga e dietro di noi s’udiva il grido disperato, pompeiano, d’altri fuggenti...
«Era già l’alba ed il cielo era diventato limpido e sereno. Splendeva ancora la luna e spirava un venticello di primavera pei vigneti vesuviani. Tanto sorriso da una parte; dall’altra tanto disastro: e mentre l’immensa colonna di fumo, elevandosi in un estremo dal vertice del monte e piegandosi con l’altro estremo nella vallata sottostante, formava un arco come di roccia nera, solcato in lungo da strisce sanguigne, nel mezzo di quell’arco vedevasi un lembo di cielo azzurro che lentamente s’illuminava nei chiarori d’un’alba incantevole[331].»
Il Palmieri dall’Osservatorio mandava queste due parole:
Ore 6 a. m. Nuove bocche verso Nord; molti feriti. A domani il resto. — Questi feriti erano vittima della curiosità che li avea spinti sulle falde del monte, che ognora più si andava rendendo pericoloso.
Spaventevole era la vista della sterminata fornace anche per chi la guardava da Napoli. La nuvola che si levava e copriva parte dell’orizzonte era quale Cajo Plinio la descrisse dopo l’eruzione che seppellì Pompei; «bianca e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse terra o cenere»; e fin nelle ultime spire dei densi vortici. Si avvertiva ogni respiro del monte, poichè questi si muovono come il fumo ch’esce dalla bocca d’un cannone. Più volte s’udì il tremare dei vetri in molte case di Napoli; in parecchi edifici si fecero screpolature; e quasi tutto il giorno dalle terrazze e dall’interno delle case si udivano boati spaventevoli pari al rumore che fa la locomotiva quando vi passi dappresso.