Dinanzi all’Ospedale dei Pellegrini grandissima folla accorreva per vedere i feriti ed i morti che arrivavano. Ogni tanto ne arrivava uno. Questi nudo, arso dal capo alle piante, messo in un lenzuolo mandava grida strazianti. Quegli colle vesti intatte era presso alla morte, avea le carni rosse quasi fosse stato tirato fuori da una caldaia d’acqua bollente.
Otto giovani studenti di medicina sparvero sotto le lave: erano giovani di liete speranze e tutti pugliesi. Ecco i loro nomi, che il Palmieri scrisse aversi a ricordare in nera lapide marmorea da collocarsi presso l’Osservatorio: Girolamo Sargini, Antonio e Maurizio Fraggiacomo, Vitangelo Poli e Francesco Binetti di Molfetta, Giuseppe Carbone di Bari, Francesco Spezzaferri da Trani e Giuseppe Busco da Casamassima.
Indescrivibile il terrore a Resina, San Giovanni, Torre del Greco e in tutti i paesi alle falde del Vesuvio. I ruggiti spaventevoli del monte, l’avvicinarsi della lava, l’allargarsi della densa caligine, il tremare della terra, tutto incute timore grandissimo. Piangendo, urlando, cercando i loro cari con le voci, fuggono ricchi e poveri abbandonando le case, chi raccomandandosi a Dio, chi bestemmiandolo. Vedonsi povere vecchie trascinarsi a stento ed affrettare il passo più che la grave età nol consenta, appoggiata al bastone una mano, con l’altra portando un fardello; vedonsi madri con un bambino in braccio e con un altro per mano accanto al marito carico di fardelli e masserizie correre disperate verso Napoli. Da Portici, da Somma, da Resina, da San Giovanni, da Torre tutti cercano scampo a Napoli, dove li precede la densissima nuvola, che s’avanza vorticosa sull’orizzonte.
Poco dopo il meriggio si ripetevano molte dolorose notizie. Chi parlava di dugento morti, chi di trecento. Dicevasi che molti forestieri mancassero agli alberghi. Assicuravasi che una ventina di persone fossero circondate dalle lave e gridassero invano chiedendo soccorso.
Alle ore 2 pom. il prefetto di Napoli marchese D’Afflitto mandava il seguente telegramma:
«Vesuvio screpolato vomita fuoco da molte bocche. Per ora non si può determinare direzione che lave prenderanno. Punto più minacciato San Sebastiano. Feriti già trasportati ospedale Pellegrini sono dodici: tre morti. Molti sono rimasti morti sotto lave. Qui non fa bisogno d’altri soccorsi da Napoli.»
Il chiarissimo professore Palmieri assicura che a tutti i curiosi che la sera del giovedì, 25, erano accorsi per visitare la lava, egli avesse sconsigliato di inoltrarsi dopo l’Osservatorio dov’egli si trovava, non essendo prudente lo avventurarsi di notte per luoghi impraticabili e lontani; una nube stessa bastando per non farli tornare: se fosse stato ascoltato l’avviso, non sarebbonsi lamentate vittime.
Ma lasciando gli episodj dolorosi ed occupandoci soltanto del fatto dell’eruzione, la fenditura aperta nell’Atrio del Cavallo, che accennai più sopra, era in continuazione della fenditura del cono, e in essa si vide alzata una collina, o piccola catena di montagne, formata dalle lave precedenti, e dalla base di questa collina uscivano le lave in modo tranquillo, perchè tutti gli oneri della conflagrazione se li aveva serbati il cratere centrale. Queste lave si condussero nel fosso della Vetrana, e come questo si fosse quasi riempito, presentava allora una larghezza di circa un chilometro.
«Su questa valle, notò il Palmieri, nelle sue conferenze, ebbi a contemplare de’ fenomeni, i quali attiravano l’attenzione dei geologi. Nel seno stesso della lava si stabilivano delle bocche d’eruzione, dei piccoli crateri, sicchè era la lava che faceva l’eruzione; queste bocche emanavano globi di fumo cinereo, gittavan proiettili, insomma erano come crateri in mezzo alla lava. Dunque la lava esplode per conto suo, dunque abbiamo svelato i misteri dell’interno del cono, dunque i fenomeni eruttivi dipendono dalla lava. Noi adunque possiamo dire di non sapere come questa materia fusa possa prodursi in eruzione, ma non possiamo dire che sia un mistero la eruzione nell’interno de’ coni[332]».
Questa dimostrazione che l’illustre Palmieri fa ed è certo una scoperta importantissima, era implicitamente preceduta dalle esperienze fatte e ripetute col suo plutonio dal nostro Paolo Gorini. Pure il di costui plutonio, raffreddandosi, si determina in monticuli, in avvallamenti, e dalle punte assodate del suo liquido eruttasi la lava che, sovrapponendosi strato a strato, forma le montagnole stesse.