Questa lava scesa nel fosso di Faraone, divergendo per altro in parte sulle Novelle, altra fra Massa e S. Sebastiano, altra abbatte e copre case e ville, fra le quali quella che apparteneva al celebre pittore Luca Giordano, altra si dirige verso la Favorita, ed altra scendendo dall’alto del cono volge verso i Camaldoli di Torre.
Fu un momento nel quale si sospettò che il cono sarebbe crollato; perocchè tante piccole fumarole si fossero venute aprendo tutto all’intorno di esso, le quali di notte, diventando tanti fori, di giorno sembravano avessero reso insostenibile il cono.
Ma la forza di projezione da cima del cono diminuiva; le lave la mattina del 27 o cessarono o scemarono di loro attività e apparvero le ceneri, indizio che il periodo igneo fosse finito. E infatti cessava prima di sera, quantunque continuasse il fragore de’ crateri con forza maggiore, il fumo erompesse misto a proiettili, e in mezzo ad esso guizzassero belle e frequenti le folgori, che ne’ dì susseguenti le ceneri seguirono così da annuvolare il giorno e in Napoli e circa otto miglia all’intorno, cadde spessa, fitta e nera così da coprire le campagne e le strade dell’altezza di parecchi centimetri.
Il 28, la cenere e i lapilli, sempre in mezzo al fragore, cadevano in copia e ne furono sgominati i circostanti paesi; il 29, col lapillo caddero scorie grosse che ruppero i vetri delle finestre non difese da persiane: verso la mezzanotte cessò il mugolar dei crateri, solo a quando a quando facendosi udire isolate detonazioni. Al tempo stesso, come fu notato in tutte le più terribili eruzioni, orribili temporali si scatenarono sulla Campania con poca pioggia; ma non per questo la desolazione fu minore in tutti i colti, che sembrò ricondotto il verno. Il 30 fumavano i crateri tuttavia, ma scemati i fragori, e il 1 maggio l’incendio era finito e diradato il giorno, onde fu dato riconoscere mutata la configurazione del cono e sparito quello in cui nel 1821 il francese Luigi Contral vide finire i suoi giorni. Dalla dottissima Relazione pubblicata nel corrente anno dall’illustre professore Palmieri Sulla Conflagrazione Vesuviana del 26 aprile 1872[333], e della quale il ringrazio pubblicamente pel dono onde mi volle gentilmente onorare di un esemplare, piacemi togliere le seguenti cose importanti a sapersi per completamento di questa mia narrazione intorno all’eruzione dello scorso anno.
«Non solo il cono vesuviano, ma tutta la campagna sotto l’azione del sole si facea bianca quasi fosse coperta di neve: era il sal marino contenuto nella cenere, che veniva a fiorire alla superficie di essa.
«Gran copia di coleotteri si raccolsero sul tetto dell’Osservatorio, che a milioni si toglievano insieme con la cenere e col lapillo che quivi si elevava per 15 centimetri. Lo stesso trovai sul cono, ove mancavano molte specie altre volte notate, come la Cuccinella 7-punctata, la Crysomelia populi, ec. essendovene invece delle altre. Questo fenomeno di straordinario concorso di alcuni animali sulla cima del Vesuvio, per andare a morire nelle fumarole più di tutto prima o dopo le grandi eruzioni, è per me un fatto, di cui non mi so dare ragione.
«Si trovavano per la campagna animali morti o feriti: uccelli, volpi, ec.
«Tutte le lave uscite in questo incendio occupano una superficie di circa 5 chilometri quadrati, cui dando una grossezza media di 4 metri si ha una mole di 20 milioni di metri cubici. Quasi i 3⁄5 di queste lave non hanno recato danni, perchè sonosi soprapposte ad altre lave. Pure quelle che nelle Novelle sono andate a soprapporsi alle lave del 1868 hanno coperto gli scavi di ottima pietra che da quelle si era cominciata a tagliare, hanno coperti molti sentieri aperti sopra di esse, ed hanno sepolta la nuova chiesa di S. Michele con alcune case che la circondavano, la quale era stata edificata sopra quella sepolta nel 1868.
«Il danno pe’ terreni occupati, pe’ fabbricati distrutti e pel raccolto perduto oltrepassa tre milioni di lire.
«Le mofete solite ad apparire alla fine delle grandi conflagrazioni verso i luoghi più bassi, salvo rare eccezioni, questa volta sono cominciate a manifestarsi alcuni giorni dopo la fine totale dell’incendio, quando i crateri non davano più fumo.