All’espugnazione poi servivasi di una infinità di macchine dette Poliorcetiæ, dal loro inventore Demetrio Poliorcete. Comprendevasi nel numero di esse il terrapieno fatto di terra, pali e fascine onde porvi le torri e battere in breccia. La torre mobile a diversi piani, perfino di quaranta piedi d’altezza e montata su ruote; la testuggine, specie di tettoja di legno coperta di pelle bovina onde metterla al coperto dagli assalitori, facevasi cogli scudi sulla testa quando correvano insieme all’assalto onde difendersi da’ proiettili nemici; l’ariete, trave lunga e grossa guernita all’estremità di una testa di ferro che, sostenuta da’ soldati stessi coperti dalla testuggine, veniva violentemente spinta contro le muraglie; la catapulta, macchina, secondo Vitruvio[40], di due braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, materie infiammate e sassi; la balista, mossa da nervi allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o trave in terra confitta con altra alla cima, così collocata traversalmente che abbassandosi l’un de’ capi, l’altro s’inalzava, ed a questi capi erano adattati certi graticci entro cui s’ascondevano i soldati e dai quali offendevano l’inimico; e l’altalena, macchina movibile da cui s’alzava il ponte fino all’altezza delle mura assediate e da cui gittavasi la scala munita di uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la scalata. L’elepoli, la terebra, la galleria, la vigna, con o senza ruote, erano altrettante testudini di diversa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici strumenti l’idea più esatta, ricorra al libro X di Vitruvio che ne discorre ampiamente. Tutte queste macchine poi trattavano i Romani con somma destrezza e agilità.
Quando si accingevano ad impresa di molto momento e alla battaglia, o quando trattavasi di comporre una spedizione militare, il comandante arringava i soldati, e Tito Livio nelle sue storie ci fornì magnifici esempi di militare eloquenza, e se l’entusiasmo de’ soldati rispondeva alle parole di lui, Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere gli scudi e colle acclamazioni: Hac fiducia miles, hastis feriendo clypeo, sonitu adsurgens ingenti, uno propemodum ore dictis favebat et cœptis[41]; ma se l’arringa non trovava approvazione, facevasi intendere una confusa mormorazione od opponevasi il più assoluto silenzio; onde più tardi potea dirsi con istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re.
Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio, pel quale processionalmente portavasi al tempio principale della città, fra i canti guerreschi de’ soldati incoronati che lo seguivano, e le grida Io triumphe[42], dinanzi alla fronte del suo esercito, lo ringraziava, particolarmente facendo onorevole menzione di coloro che meglio si fossero distinti e distribuiva i premj secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse combattuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od ammazzato, otteneva l’asta pura, o mezza picca tutta di legno, così rammentata da Virgilio:
Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta[43].
Ottenevano monili d’oro o d’argento, braccialetti o catene coloro che avessero reso segnalato servizio.
Più ambite per altro erano le corone. Davasi la civica, ed era guarnita di quercia, a chi avesse salvo un cittadino; onde Claudiano, nelle lodi di Stilicone, cantò:
Mos erat in veterum castris, ut tempora quercu
Velaret, validis fuso qui viribus hoste
Casurum potuit, morti subducerem civem[44].
Concedevasi la murale d’oro, perchè foggiata a muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura: