I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli del carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra il carro stesso, o immediatamente venivano dietro di esso.
Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la corona del trionfatore e a tratti gli gridasse: Respice post te, hominem esse memento.
Entrando il trionfatore per la porta Capena, per la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo, il popolo lo acclamava colle grida Io triumphe, e la formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale, è suggellata nelle odi di Orazio, in quella a Giulio Antonio, ne’ seguenti versi:
Teque dum procedis, Io Triumphe
Non semel dicemus, Io Triumphe
Civitas omnis: dabimusque Divis
Thura benignis[51].
Arrivato tra plausi al Campidoglio, dimessa la toga trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera: Gratias tibi, Iupiter Optime Maxime, tibique Junoni Reginæ et cæteris huius custodibus, Habitatoribusque arcis Diis, lubens lætusque ago, Re Romana in hanc diem et horam per manus quod voluistis meas, servata, bene gestaque, eamdem et servate, ut facitis, fovete, protegite propitiati, supplex oro[52].
Si immolavano allora le vittime e compivansi i sacrifici: il trionfatore deponeva l’alloro nelle mani della statua di Giove; quindi i prigionieri venivano tradotti al carcere Tulliano dove si facevano miseramente morire[53].
Si chiudeva l’augusta cerimonia con un lauto banchetto a spesa publica, e vi intervenivano i maggiorenti della città, all’infuor de’ consoli, acciò, osserva Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminenza[54]. Alla plebe poi si distribuiva in segno d’allegrezza denaro. V’ebbero trionfi che durarono tre giorni, come quello di Paolo Emilio, nel quale porse commovente spettacolo il re Perseo in catene co’ suoi figliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione Cassio, durò quattro giorni.