Che il costume del poeta
Sia pudico, a voi sol basti;
Ma i suoi versi nessun vieta
Ch’esser possano men casti.
[144]. V. 1 e 2. Thomas Moore, lavorò su di tale credenza, un leggiadrissimo poemetto Gli Amori degli Angeli, che il cavaliere Andrea Maffei recò in versi italiani.
[145]. Profezia di Osea. Capo 1 e 2: «Va prendi per moglie una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice.» Traduzione di Monsignor Antonio Martini, del quale non è inopportuno riferire il commento: «Con questo straordinario comando fatto al santo Profeta di sposare una sordida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ubbidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di questa donna, e principalmente indirizza questo fatto profetico a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc.» Non c’è più nulla a dire!
[146]. Osea. Cap. III. V. 1, 2: «Or il Signore mi disse.: Va ancora ed ama una donna amata dall’amico e adultera.... ed io me la cavai per quindici monete d’argento e un coro di orzo e mezzo coro di grano.» Trad. Martini, il quale, non si sgomenta punto del fodi eam e commenta che: per ritrarla dalla sua cattiva vita le dà il profeta quindici sicli d’argento ed il resto. E soggiunge: «Questa non è la dote con cui egli si comperi costei per sua moglie perocchè egli non la sposò, ma tutto questo si crede dato a colei pel vitto di un anno, e tutto questo messo insieme è sì poca cosa, che dimostra la vile condizione di essa e l’orzo serviva pel pane delle persone più meschine.»
[147]. Così Apulejo fa parlare la Dea stessa: «Io sono la natura, madre di tutte le cose, padrona degli elementi, principio dei secoli, sovrana degli Dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei cieli, i salutari venti dei mari, e il cupo e lugubre silenzio dell’inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi. I Fenici mi chiamano la Pessinunzia, madre degli Dei; quelli di Creta, Diana Dittina; i Siciliani, Proserpina Igia; gli Eleusini, l’antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona, ed alcuni Ecate. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia; ma gli Egizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside.»
[148]. Trattato del Sublime. Sezione X. pag. 25. Edizione Mil. 1822. Soc. Tip. de’ Classici Italiani.