Contuttociò, la distribuzione delle parti puossi dire comune tanto alle case greche che alle romane; suppergiù una casa pompejana è distribuita come era una casa romana, eccettuata l’ampiezza maggiore di quest’ultima; come pure si possa dire che visitata una casa, siensi visitate tutte, perocchè a un di presso siano tutte egualmente conformate: nelle sole decorazioni consistendo per avventura la differenza.
Un’altra diversità si riscontra per avventura nel mancare le case pompejane di vestibulum. Tal nome non davasi già a quella parte della casa che così designiamo oggidì, ma bensì come raccogliesi da Vitruvio e da Aulo Gellio[57], a quella corte o piazza che stava avanti alla casa, od a qualunque altro grandioso edificio, subito sulla fronte dell’entrata principale, lo che ottenevasi col prolungare le mura laterali al di là della facciata dell’edifizio, come del resto suole, di frequentemente vedersi massime ne’ palazzi di campagna, chiuse per lo più cotali corti o piazzali da muri o cancellate, od anche determinate da albereti. In Pompei, città di terz’ordine, adagiata su d’un pendio, che non poteva disporre di larghi spazi, che le case erano piccolette, non vi potevano essere vestiboli nel senso che assegnavasi allora ad essi, convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare per altro dal luogo stesso di Vitruvio che in greco dicendosi prothyra i vestiboli che sono avanti alle porte, e prothyra da’ Romani quelli che in greco si dice diathyra, cioè cancello o riparo, vestibolo potesse essere detta pur quella parte subito successiva dove stava l’ara o focolare, di cui dirò fra breve, se si deve aggiunger fede ad Ovidio:
Huic quoque vestibulum dici reor: inde precando
Adfamur Vestam; quæ loca prima tenes[58].
Or venendo a dire dell’altezza delle case di Pompei, se in Roma si spinse talmente la fabbrica delle case fino ad esservi undici piani, tal che Augusto fosse costretto a rendere un editto che conteneva l’ardimento degli architetti acciò non varcassero l’altezza di settanta piedi, e Trajano a ridurla a sessanta, per la maggiore sicurezza e salubrità: in Pompei, sa già il lettore, come quasi tutte le case sembri non abbiano avuto che il pianterreno e un primo piano, che appellavano solarium, onde il nostro solajo. Taluna appena, come vedrà più avanti, si riconobbe aver avuto due piani e il solajo.
Qui altra osservazione è dato di fare avanti queste casette pompejane, prima di mettervi il piede: la mancanza, cioè, assoluta di finestre sulla via. Poteva ciò essere l’effetto delle imposizioni che gravitavano su di esse; ma più perchè la casa tenevasi per santuario chiuso all’occhio profano; perocchè le imposte gravi, non avrebbero trattenuto gli Olconj e i Pansa, e i tanti altri maggiorenti dallo averle. Del resto anche nell’interno le camerette il più sovente ricevevano luce dall’uscio e da lucernari dall’alto. La luce piovente dall’alto era anche in Roma in quasi tutte le case: avvertimento codesto non inutile pel giusto collocamento de’ capolavori dell’arte antica, e pel modo più sicuro di apprezzamento.
Sa già del pari il lettore come Pompei si dividesse in regioni, regiones, e queste in isole, insulæ, le quali assumevano il nome del proprietario principale delle case o dell’unica casa onde si costituiva, come questa di Pansa, che invito il lettore a visitare come esempio di tutte nella via delle Terme.
Scoperta dal 1811 al 1814, si ritenne appartenente a Pansa, edile, poichè un’iscrizione dipinta su di una spalla o pilastro della porta così dicesse:
PANSAM ÆDILEM PARATVS ROGAT[59].
Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ricordata nell’Anfiteatro: essa doveva essere tra le più influenti e autorevoli nella città; Fiorelli, nella Storia delle Antichità Pompejane, riferisce quest’altra iscrizione che rammenta Cuspio Pansa: