CVSPIUM PANSAM
AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS
LIBERTINORVM[60].

La facciata principale ha sei botteghe, nel cui mezzo vi è la porta: le botteghe per altro, come in quasi tutte le altre case, non hanno comunicazione coll’interno della casa, all’infuori di una che riusciva all’atrio, occupata forse dallo schiavo, dispensator, che là vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo del padrone, come, massime in Firenze, veggiam praticarsi tuttodì. Delle botteghe non ci intratterremo, perchè l’abbiam già fatto nell’apposito capitolo.

Della porta d’ingresso della casa esistono ancora i due pilastri, o stipiti, postes, non le antæ o fores, o battenti, diremmo noi, perchè consumate dal fuoco del Vesuvio, ma che secondo lo stile de’ Romani, dovevano essere di cedro o d’altro legno prezioso, di nobile architettura, o a specchi ornati di intagli, o a grosse borchie a capocchie dorate, e si dicevano antepagmenta; e si aprivano al di dentro della casa, onde non essere d’impaccio sulla via, in ciò diversificando dal costume greco. Chiudevansi poi internamente con ispranghe di ferro che dall’alto scendevano a configgersi in terra come pur oggidì si usa.

Janua dicendosi la porta, janitor era detto il portinajo, od anche ostiarius, al qual ufficio destinavasi uno schiavo incatenato che stava a sedere nella cella ostiaria, ed aveva la cura dell’ingresso, tenendo una verga nella mano. Nella casa di Pansa, come nella più parte delle case pompejane, l’ostiarius doveva stare nel prothyrum, o stretto corridojo corrispondente alla porta e che metteva all’atrium. A fianco dell’ostiarius stava spesso un grosso cane, ma già espressi come si fosse sostituito al cane vivo, uno di musaico, che lo rappresentasse, od anche la semplice leggenda cave canem. Ricordai pure come sul limitare dell’atrium vi fossero anche altre leggende, come salve, salve lucru, ecc. In questa casa di Pansa leggevasi la sola parola SALVE in musaico, la quale fu trasportata nel Museo di Napoli.

L’atrium, detto eziandio cavædium, quasi la parte cava e vuota della casa, cava ædium, è nella casa di Pansa un cortiletto della specie tuscanica, recinto di portici e semplice, sostenuto da quattro mensole affrancate nel muro, e sul quale venivano a poggiare le quattro parti del tetto che versavano la pioggia nel compluvium, o bacino, nel mezzo del cortile. Talvolta dagli scrittori si confondono il compluvium coll’impluvium e si scambiano promiscuamente. Plauto medesimo ha nel Soldato Millantatore, Miles gloriosus, questi versi:

Mihi quidem jam arbitri vicini sunt, meæ quid fiat domi,

Ita per impluvium intro spectant[61].

A togliere siffatto inconveniente del guardar de’ vicini per l’impluvio nella casa, Plinio ne fe’ sapere come si usassero cortine che coprissero tutto il compluvio. A fianco dell’impluvium era il più spesso un puteal o bocca del serbatojo d’acqua: qui era pure un altare per gli Dei domestici, lares, su cui ardevansi profumi.

Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva avere un altare, e su di esso della cenere e dei carboni accesi. I Greci questo altare appellavano ἑστὶα, parola colla quale si designò di poi la dea Vesta, la quale, per testimonianza d’Ovidio, non era che fiamma viva.

Nec tu aliud Vestam, quam vivam intellige flammam[62],