e più sotto:

Effigiem nullam Vesta nec ignis habent[63].

I latini lo chiamavano ara ed anche focus. Impedivasi che questo fuoco si estinguesse, curando che anche la notte, coperto dalle ceneri, non si consumasse interamente. Al mattino era prima sollecitudine di ravvivarlo, perchè la sua estinzione equivaleva a funesto presagio; tanto così che focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta. Nè doveva essere codesta alimentazione del fuoco sull’ara una costumanza indifferente, se v’erano regole e riti all’uopo. Non era buona ogni sorta di legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata empietà, meno poi gittarvi su materie immonde. Tuttavia Macrobio, ne’ suoi Saturnaliorum, ricordò come presso i Romani alle calende di Marzo ciascuna famiglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro, per riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel lib. III, Fastorum:

. . . . vires flamma refecta capit[64],

ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il ferro, ma si dovesse concentrare in un punto solo i raggi solari, o forse far uscire la scintilla dal rapido sfregamento di due legni.

A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con offerte di fiori, d’incenso, di vino e di vittime, veggendosi in esso un dio provvido, benevolo e protettore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere in Virgilio di Ecuba, che quando il palazzo di Priamo fu invaso da’ Greci, visto Priamo stesso venirle innanzi giovenilmente armato, ella gli avesse a dire:

. . . . quæ mens tam dira, miserrime conjux,

Impulit his cingi telis, ant quo ruis? inquit.

Non tali auxilio, nec defensoribus istis

Tempus eget: non si ipse meus afforet Hector