Dalla parte opposta al posticum evvi un’ala e nel fondo del peristilio alto di due gradini, la sala principale detta exedra, o meglio exedrium, come Cicerone chiama nelle sue epistole famigliari un diminutivo di exedra[69], od anche œcus, che serviva a convegno, alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha una gran finestra che dava sul giardino. Ma qui per sala da pranzo o triclinium, come appellavasi, era la sala sull’angolo destro del peristilio, avente a fianco il tinello per il vasellame e per tutto ciò che serviva al banchetto. Triclinium dicevasi dalla riunione di tre letti da mensa insieme disposti in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto lato aperto, perchè potessero i servi passare e porre su quella i vassoi. Diverse stanze di questo genere si scoprirono nelle case di Pompei, ma curioso è il vedere come fossero tutte piccole e invece di letti mobili avessero stabili basamenti su cui si adagiavano i convitati. V’erano anche i biclinia, tavole da pranzo di due soli letti.

Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo esposto agli occhi di tutti e a porte aperte, e le leggi Emilia, Antia, Julia, Didia, Orchia l’uso tradussero in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: ne singularitas licentiam generet[70]. Nella calda stagione si cenava anche sotto qualche albero fronzuto, operando in modo, a mezzo di cortinaggi (aulea), che la mensa e i convitati fossero riparati dal sole, dalla polvere o da altro pericolo di immondizia, come leggiam descritto da Orazio nel convito dato da Nasidieno a Mecenate, e la cui caduta produsse così deplorevole scompiglio:

Interea suspensa graves aulea ruinas

In patinam fecere, trahentia pulveris atri

Quantum non aquilo campanis excitat agris.

Nella casa d’Atteone in Pompei esiste uno di questi luoghi da pranzo di pergolati, detti Trichila, in cui si mangiava all’aperto sotto padiglioni di verdura; vi sono solidi muramenti a ricevere i materassi di tre letti triclinarii e con fontana davanti che zampillando dovea produr vaghezza e frescura.

Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii: alle tavole primitive di abete o di faggio successero quelle di avorio, di scaglia, di testuggine, di bosso, d’acero, di cedro, e poscia vi incastonarono pietre preziose e vi applicarono piastre d’oro e d’argento come ai letti triclinari che erano di comunissimo legno; ma caduta la repubblica, anche ad essi si estese la ricercatezza, talchè i tappeti babilonici di Nerone valutaronsi quattro milioni di sesterzi, cioè 840,000 lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talchè posar il gomito in casa d’alcuno, ponere cubitum apud aliquem, equivaleva pranzar da alcuno, come leggesi in Petronio: hic est, inquit Menelaus, apud quem cubitum ponetis[71], e come direbbesi da noi mettere i piedi sotto la tavola. Così sternere lectulos, voleva dire preparare la tavola: onde si legge in Terenzio:

Et lectulos jube sterni nobis et parari cætera[72].

Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assistere il lettore ad una mensa pompeiana, o romana, che val lo stesso.

Divisa dal triclinium per un corridoio, fauces, ed a mano sinistra, è la cucina nella casa di Pansa. Questa distanza rese dubbio in taluni la designazione del triclinio; ma dove si consideri che ciò provvedeva ad impedire che il fumo e gli odori della cucina giugnessero, l’esitazione sparirà. La cucina, culina, ha presso una piccola cameretta pel migliore servizio, ed un’altra per il pranzo, forse de’ servi, che aveva un’uscita sulla via di Fortunata. Nella retrocucina stanno de’ podii o muricciuoli per appoggiarvi le giarre d’olio e gli utensili, e una tavola per la confezione del pane o di cose dolciate.