Questi sono gli speciosi argomenti di Bréton, che potrebbero ben anco essere conformi a verità, se quelli addotti dal Garrucci non fossero stati buoni del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse essere invece un ludo gladiatorio. Io non presumo di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo permettendomi di ricordare che ho già esternato l’avviso mio che inclina all’ipotesi del Garrucci. Se non che al mio presente argomento ciò che preme di stabilire si è che alla vita romana in Pompei non potesse mancare quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi dovevan esistere e una caserma, se forse non ve n’erano anche di più, e posti e stazioni; che infatti alla Porta di Ercolano si trovò morta, l’alabarda in pugno, la sentinella, che fida alla sua consegna, anzichè mancarvi, e cercare come tutti gli altri cittadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soffocare dall’aere graveolenta e seppellire sotto le ceneri e i lapilli.
Ma se qui non erano alloggiati i soldati, se questa non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali attinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevansi soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto, fosse città importante, e di una importanza ben anco militare, avesse mura, saracinesche, opere di fortificazione, e se anzi ben due volte vi furono dedotte colonie militari, l’una volta al tempo e per gli ordini di Silla e l’altra per quelli di Augusto?
Potrebbesi rispondere a siffatta domanda con quei dati storici che Bréton medesimo prepose all’opera sua: «Silla ordonna que Pompei fût reduite en colonie militaire sous le double nom de Colonia Veneria, Cornelia, emprunté aux noms du dictateur et de la divinité protectrice de la ville. Il y envoya des troupes sous le commandement de son neveu Publius Sylla: mais les Pompéiens, regardant ces colons comme des étrangers, leur refusèrent les droits de cité...»
E più sotto:
«Quoiqu’il en soit, les colons furent forcés d’habiter hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsque plus tard, Auguste eut envoyé une nouvelle colonie de vétérans, prit le nom de Pagus Augusto-Felix[3].»
Da queste nozioni di storia pompeiana, che sono conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli del primo volume di quest’opera, inferisco: a che dunque cercar in città caserme e stazioni militari, se i soldati dovevano rimanere fuori della città? Vero è che quanto è scoperto del Pagus Augustus-Felix non ha rivelato quartiere di sorta, ma solo quella parte che l’attraversa ed è la Via delle Tombe e che percorreremo nell’ultimo capitolo di quest’opera; ma rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co’ loro risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la quistione.
Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle summentovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerresche narrate in quest’opera nei capitoli della storia, a soddisfare agli intenti dell’opera ed a chiudere di essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, riprodotta in Pompei, entrerò a dire degli ordinamenti militari e di quanto ha tratto all’armamento; ben francando la spesa il conoscere siccome fossero, perocchè non di poco avessero a contribuire a quei trionfali successi ch’ebbero sempre le armi romane. Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto contributo all’archeologia per farci conoscere armi ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato.
Ho già provato, trattando del commercio de’ Romani, che lungi costoro dall’essere, come si crede erroneamente dall’universale, un popolo soldato per istinto, lo fosse invece costretto dalla necessità, e conquistando l’universo non lo facesse che per proteggere la sua indipendenza o per difendersi, che non pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della pace, alla quale, appena il poteva, si abbandonava. Orazio compendia le aspirazioni de’ Romani quando esclama:
O rus quando ego te aspiciam[4]?
I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali erano elementi di grandissima resistenza; onde Properzio, che tutto abbracciava il sentimento dell’antichità, era nel vero giudicando l’Italia in quel verso che già m’avvenne di dover riferire: