Armis apta magis tellus quam commoda noxæ[5],

più propria, cioè, alle armi, che non alla aggressione e distruzione. Se dunque al soldato romano si può rimproverare un sol vizio, l’avarizia, perchè l’orgoglio è più spesso nel soldato una virtù; di ricambio ebbe l’onor militare come noi l’intendiamo pure oggidì, il rispetto al giuramento, la devozione al suo capo, il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo con la tattica, la disciplina, la forza d’insieme, la costanza e il sentimento d’essere Romani. Gli altri popoli usavano di armi straordinarie e di macchine, il popolo romano della spada. Anche contro i Germani, individualmente sì bravi e sì forti, era colla pugna corpo a corpo e colla spada che i Romani avevano la vittoria; onde Germanico così poteva dire alle sue truppe: Non enim immensa barbarorum scuta, enormes hastas inter truncos arborum et enata humo virgulta, perinde haberi quam pila et gladios, et hærentia corporis tegmina. Densarent ictus, ora mucronibus quærerent[6]. Potrebbesi e vizio e virtù che ho mentovati, comprovare coi fatti alla mano; ma la storia di Roma è troppo notoria per avere d’uopo di ricorrere a ciò.

Piuttosto m’occuperò qui ad informare il lettore della formazione di questa famosa milizia conquistatrice dell’universo.

E prima devesi portar l’attenzione sulla scelta, dilectus, che era il raccogliere e l’iscrivere i soldati in codici o matricole. Tale scelta veniva fatta tra cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi ascritti o a’ fanti o a’ cavalieri. Nella milizia navale si accoglievano anche le persone più abbiette e i libertini.

Il principio della milizia era al diciassettesimo anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva di continuo, terminava i suoi obblighi a’ trentasette anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor servizio al quarantesimo sesto anno, non n’erano liberati e si potevano costringere finchè non avessero compiuti i cinquant’anni. Altro requisito della milizia era il censo, solo volendovisi i ricchi, gli onesti e coloro i quali, avendo beni tutti proprii, in certo modo presentassero solidarietà d’interessi colla cosa publica.

La leva, o coscrizione, delle truppe, testimonio Dionigio d’Alicarnasso[7], si faceva ogni anno, designandosi all’uopo due consoli, che alla loro volta, congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tribuni per capi di quattro legioni.

La cernita si faceva, previa publicazione dell’editto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio, estraendo a sorte dalle tribù e classi, alla presenza dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano venissero ricercati e tradotti in carcere, talvolta puniti di verghe, venduti i loro beni e qualche volta benanco multati dell’estremo supplizio o della morte civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati d’infamia.

Tre giuste cause sottrar potevano al servizio: la prima era la dispensa, vacatio, per l’età, se già raggiunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse taluno nella magistratura o nel sacerdozio; per beneficio se il Senato e il Popolo consentivano: la seconda causa dicevasi emeritum, ed era per chi aveva compiuti venti stipendj: la terza era vizio o malattia, come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.

Nella leva così detta tumultuaria, od anche subitaria[8], che seguiva nell’imminenza di qualche pericolo, non si osservavano grandi formalità, esentandosi soltanto quelli ch’erano gravemente infermi od inabili affatto.

Per ciò che riguardava la cavalleria, spettava ai censori il determinare chi vi dovesse appartenere. Duplice poi era il corpo da’ cavalieri, l’uno costituivasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo e il suo mantenimento, ed erano i soli che una volta dicevansi cavalieri, equites; l’altro di coloro che non l’ottenevano. Costoro potevano allora servire tra i pedoni, pedites. Riguardavasi molto a’ costumi per concedersi il cavallo, e però spettavane la decisione al censore. Dopo, tal facoltà si arrogarono i principi.