Presso la porta della Marina è la casa detta di Championnet, così chiamata perchè vi si praticarono scavi alla presenza del francese generale di questo nome; la casa del Cinghiale fu così nomata da un cinghiale contro il quale si slanciano due cani, rappresentato nel mosaico del vestibolo; Nuova Casa della Caccia, perchè la parete sinistra del peristilio offre una bellissima pittura esprimente una caccia d’animali, e si vede un orso che si scaglia contro un cinghiale, e in distanza un leone che sta per superare un dirupo e trarre in soccorso dell’orso: è detta nuova, perchè altra ne portava già identica denominazione; la casa di Sirico nella via del Lupanare, fu detta da un sigillo che si rinvenne, su cui si lesse tal nome. Presso alla soglia dell’atrio leggesi in musaico il saluto SALVE LVCRV, che già m’avvenne di ricordare nel chiudere il discorso delle tabernæ. Nella via d’Augusto evvi la casa della nuova fontana o dell’Orso, essendovi nel prothyrum un musaico che lo raffigura accosciato e ferito da una lancia; la casa di Marte e Venere per la bellissima pittura che li rappresenta in un bellissimo specchio circolare su d’un pilastro fra la prima e la seconda camera da letto, cubicula, dell’atrio. La casa di Cornelio Rufo ha il busto in marmo del proprietario con sotto scolpite le parole CORNELIO RVFO; la casa detta del numero 4 è interessante per le sue molte pitture: quella del Citarista deve il suo nome alla superba statuetta in bronzo d’Apollo Citarista che vi si rinvenne e che fu trasferita al Museo. La casa di Olconio, tra i maggiorenti più rispettabili di Pompei, dà il nome alla strada e offrì, nel 1853, quando vi si praticarono gli scavi, interessanti oggetti d’arte e dati importanti della vita pompejana. Tutta l’insula di M. Epidio Sabino, che sta rimpetto alla casa del Citarista, contiene due abitazioni di cui una certamente era dello stesso M. Epidio Sabino, proclamato duumviro di giustizia per avviso di Tito Svedio Clemente, come si lesse nella facciata esterna della casa. Importantissima per le sue decorazioni e per le sculture è la casa di Marco Lucrezio, questo nome essendosi desunto da una pittura d’una camera del peristilio, che raffigurava una tavoletta pugillare con uno stilo, un calamaio, un sigillo e le parole M. Lucretio Flam. Martis Decurioni Pompeis[77]. Il lettore conosce già la casa del Fauno per la stupenda statuetta in bronzo trovata nell’atrio, per il musaico della Battaglia d’Isso e per altre molte preziosità; così quella di Castore e Polluce, detta anche del Questore, e che è pure considerata come una delle più belle di Pompei, e dove già notai tante degnissime cose d’arte. La casa dell’Ancora, dal musaico della soglia, presenta una particolarità, un sotterraneo, cioè, nel fondo di essa, da cui si passava in una gran sala circondata da nicchie al livello stesso del sotterraneo. La casa del Poeta già visitò il lettore, quando vi trovò il musaico all’ingresso, rappresentante il cane alla catena, col motto CAVE CANEM, e vi ammirò molte altre artistiche cose. Casa del Maestro di Musica fu nominata quella non discosta dalla casa di Pansa, sulle cui pareti interne si videro dipinti varii istrumenti musicali; e di Sallustio quella sul cui muro esterno si lesse l’iscrizione, pressochè interamente cancellata adesso:

C. SALLVSTIVM. M. F.

Nell’impluvium di questa bella casa, sovra base di marmo, si rinvenne un gruppo in bronzo del più puro stile greco e di rimarchevole bellezza, raffigurante Ercole che ha raggiunto alla corsa la cervetta, dalla bocca della quale usciva un getto di acqua, e che per la poca cura che s’ebbe dapprincipio degli scavi si lasciò che se ne privasse il Museo di Napoli, che solo ne serba una copia in gesso, l’originale trovandosi nel Museo di Palermo. In questa casa, come in diverse altre, nel fondo della abitazione si osserva un lararium, nicchia o piccolo tabernacolo, con frontispizio, a custodia dei domestici numi o lari, spiriti guardiani della famiglia. Vi si trovò diffatti un idoletto di metallo, un vasetto e una moneta d’oro, e dodici altre di bronzo di Vespasiano.

Per ciò solo che comprenda tre abitazioni e senza alcun altro apparente motivo, dove non fosse un altare pel fuoco sacro nella terza corte che somiglia a un tempio, non lungi dalla casa del Chirurgo, della quale a suo luogo ho già intrattenuto il lettore, fu detta casa delle Vestali, quella che è in Via delle Terme, e la quale ha sulla soglia il saluto: SALVE. Ha essa tre cortiletti con portico all’ingiro a colonne. Al lettore tenni già parola della casa di Cicerone, che è nel Pagus Augustus Felix, nè vi aggiungerò altro.

Di moltissime altre già scoperte dovrei fare menzione, come di quella dell’Argenteria, per molti vasi di questo metallo rinvenuti; di Cajo Memmio, di Cajo Vibio, di Caprasio Primo, di Fusco, di Polibio, di Pomponio, di Popidio Prisco, di Popidio Secondo, di Gavio Rufo, dei Diadumeni, di Spurio Meseor (mietitore), di Giulia Felice, per non dire di quelle altre moltissime che ricevettero nome da pitture o sculture, o da qualche particolare circostanza come le case di Zeffiro e Flora, di Venere, e Marte, delle Nereidi, di Nettuno, delle Amazoni, di Atteone, delle Danzatrici; dell’Arciduca di Toscana, dell’Imperator di Russia, di Giuseppe II, del Re di Prussia, della Regina d’Inghilterra; dei vasi di vetro, dei tre piani, del torchio di terra cotta, della muraglia nera, dei bronzi, dei fiori e vie via di tante altre; ma come dissi, suppergiù l’una all’altra somiglia: le sole decorazioni più o meno ricche distinguendole; rese poi più o meno interessanti dalla preziosità dagli oggetti che vi si ritrovarono.

D’una sola tuttavia m’incombe il debito di particolarmente descrivere, per ciò appunto che nella sua distribuzione e nelle diverse sue attinenze diversifichi dalle altre: essa è posta nel sobborgo, nella via delle Tombe, e si designa piuttosto come una casa suburbana o di campagna.

Posta rimpetto al sepolcreto di Marco Arrio Diomede, liberto di Arrio, maestro del Pagus Augustus Felix, come leggeremo sull’iscrizione di esso nell’ultimo capitolo di quest’opera, si credette che la casa fosse a lui spettata; onde proseguiamo noi pure a ritenerla per sua. Essa è l’ultima abitazione a sinistra della via delle Tombe, e presentando due piani, riesce indubbiamente di particolare interesse. La descrizione di essa e la descrizione delle sue ville che fa Plinio il Giovane nelle sue Epistole ci forniscono l’idea completa d’una romana villeggiatura.

Si entra nella casa di M. Arrio Diomede, discendendo alcuni gradini di marmo aventi a ciascun dei lati una colonnetta di materia laterizia. Subito si presenta, come osserva Vitruvio parlando delle case di campagna, una corte aperta, atrium, recinta da quattordici colonne di ordine dorico pur di mattoni rivestiti di stucco che dovevano formar portico. Questo medesimo piano, avendo verso il giardino una loggia scoperta, lo dominava. Nella detta corte c’era un impluvium e da ciascun lato stavano due puteali per attingervi l’acqua. A destra dell’atrio, le camere per gli schiavi e una scaletta per ascendere al piano superiore destinato forse alle donne; a sinistra, l’appartamento per il balineum, o bagno privato, che già il lettore trovò parte a parte descritto nel capitolo delle Terme. Dall’un dei portici dell’atrium si va alla dispensa, dove intorno ad una tavola di marmo si trovarono stoviglie da cucina. Quindi seguono i cubicula, o camere da letto, già ricche di pitture e musaici. Il triclinium era nel mezzo di forma semicircolare e le pareti dipinte a pesci natanti nell’acqua. Tre larghe finestre riguardavano alla campagna e lo rendevano più allegro. Ancora dalla corte scoperta si accedeva ad altro appartamento, costituito da un’exedra, o sala da conversazione, e da altri salotti, da cui si entrava in una galleria, su di una sala maggiore, oecus, e da ultimo sulla loggia scoperta, sul giardino e per isfondo il mare. A livello del giardino, v’è un appartamento terreno, le cui camere erano a volte decorate di pitture e i pavimenti a musaici che or sono al Museo. Sotto il portico era una fontana, e dal giardino si discendeva alla lunga cella vinaria, che corre tutta la lunghezza di tre portici, dove ho già detto altrove quanti scheletri e preziosi oggetti siano stati rinvenuti e che era rischiarata da spiragli. Da un lato del giardino vedesi un recinto che già notai essere stato un sphæristerium, e all’angolo sinistro s’aprivano due piccole camere, dove pure fu trovato uno scheletro con un braccialetto di bronzo ed un anello d’argento.

Veduta così come fosse la casa pompejana, ed osservato ad un tempo in che differisca la casa romana, naturale è il passaggio a ragionare della famiglia, e lo farò con quella maggiore brevità che ponno comportare l’economia dell’opera e l’importanza del subbietto.

Anzi tratto, parmi doveroso accennare quale fosse il vero principio che tenesse unita e compatta la famiglia romana, perocchè tutto quanto la riguarda sembrerà allora subordinato ad esso.