Modestino definiva il matrimonio: consortium totius vitæ, divini atque humani juris comunicatio e Giustiniano vi aggiungeva: individuam vitæ consuetudinem continens, ossia la completa e indivisibile unione dell’uomo e della donna: ma ciò malgrado, il divorzio era ammesso e ne veniva anche spesso abusato. Va per altro detto come pel corso di cinque secoli non uno se ne avesse a contare: e rimase ricordato dalle storie il nome di Carvilio Ruga che fu il primo che ricorse a codesta misura. Non si creda però che ad essa fosse fomite pensiero di lussuria od altra condannevole causa: egli teneramente amava la moglie e di nulla aveva a lagnarsene, se non che di sua sterilità; ma siccome nella formula del maritaggio aveva giurato menarla sposa per aver de’ figli, ella non avendogliene dati, sacrificò l’amore alla religione del giuramento[80]. La religione diceva che la famiglia non doveva estinguersi e che ogni affezione e diritto naturale dovessero cedere davanti a questa regola assoluta. Nè era altrimenti in Grecia, dove Senofonte[81] e Plutarco[82] narrano che quando il matrimonio fosse stato sterile per fatto del marito, dovesse il fratello od un parente del marito sostituirsi a lui e la donna accondiscendervi, e il figliuolo che ne fosse nato si avesse a considerare come figlio del vero marito.

Ma del divorzio, col progredire del tempo, venne come dissi, abusato, nè fu la voce della sola religione che il reclamò; ma bastarono i litigi colla nuora, od anche l’impudicizia; e Paolo Emilio ne allegò unicamente a causa l’essere stato dalla moglie offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta volgare; Publio Sempronio, perchè ita a’ giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent’anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publio perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l’ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella dei vini, ch’e’ temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Fannia, per espellerla poi come impudica e tenersene la dote. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso, e v’erano donne che, al dir di Seneca (De Benef. III, 26) contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[83].

Il matrimonio era di consueto preceduto dagli sponsali, o promessa, consistente in una stipulazione tra il futuro marito e il padre della futura sposa: chi vi avesse dipoi mancato, era passibile dapprincipio dell’azione di indennizzo: più innanzi si limitò a colpire d’infamia colui che avesse mancato alla data fede e contratto altri sponsali.

L’età pel matrimonio era di dodici anni nella donna, di quattordici nell’uomo, e quando gli sposi fossero alieni juris, occorreva il consenso delle persone nella cui podestà si trovavano; per le fanciulle, comunque sui juris, era indispensabile il consenso de’ loro parenti e tutori.

L’importanza del matrimonio presso i Romani, come presso i Greci, non si è presto compresa se non si designano i caratteri essenziali di esso. Già superiormente ho toccato della religione domestica o del focolare, e del come da casa a casa potesse differenziare, poichè ogni padre-famiglia, essendo pontefice di tal religione nella propria casa, serbasse o adottasse que’ riti che meglio a lui fossero piaciuti. Ora è evidente che la fanciulla che andava a nozze dovesse rinunciare alla religione del proprio focolare, per abbracciar quella del focolare del marito. Così doveva dimenticare quelle cerimonie, quelle preghiere, quelle pratiche nelle quali era fin allora cresciuta, per apprenderne altre, e per dirla con Stefano di Bisanzio: «a datar dal matrimonio, la donna ha nulla più di comune colla religione domestica de’ suoi padri; ella sacrifica al focolare del marito.» E Fustel de Coulanges che cita codesto scrittore nell’opera sua La Cité Antique[84], soggiunse: «Così quando si penetra nel pensiero di questi uomini antichi, si capisce di qual importanza dovesse essere per essi l’unione conjugale e quanto l’intervento della religione vi fosse necessario. Non era forse mestieri che la fanciulla avesse ad essere da qualche sacra cerimonia iniziata al culto che doveva quind’innanzi seguire? Per divenire sacerdotessa di questo focolare, al quale la nascita non l’aveva legata, non le occorreva forse una specie di ordinazione o di adozione?»

Il matrimonio era dunque la cerimonia santa che doveva produrre questi grandi effetti. Gli scrittori infatti, latini e greci, indicano il matrimonio con parole esprimenti un atto religioso. Polluce, che viveva al tempo degli Antonini, istruttissimo ne’ vecchi usi e nella antica lingua, dice che ne’ primi tempi, in luogo di designare il matrimonio col suo nome particolare (γάμος), lo si designava semplicemente colla parola τέλος, che significa cerimonia sacra[85], quasi il matrimonio fosse stato la cerimonia sacra per eccellenza.

E tal cerimonia non si compiva ne’ templi degli Dei, ma nella casa, ed era il Dio domestico che vi presiedeva. Certo che in seguito, quando la religione degli dei del cielo, divenne preponderante, si adottò di adire preventivamente i templi e di offrire a questi Dei sacrifici che si chiamavano preludii del matrimonio; ma la parte principale ed essenziale della cerimonia dovevasi sempre compiere davanti il focolare domestico.

Il matrimonio romano, quello almeno che si considerò per più legale e fu il più usitato, perchè procedente dal mutuo consenso, mutuus consensus, somigliava d’assai al matrimonio greco, e comprendeva com’esso tre atti: traditio, deductio in domum, confarreatio.

La prima si compiva dal padre, che distaccando la figliuola dal domestico focolare e dalla propria autorità, la consegnava al marito che l’assumeva nella propria.

Quindi la sposa veniva condotta a casa dello sposo, velata, recinta il capo d’una corona, mentre una face nuziale precedeva il corteggio, e si cantava un inno col ritornello Io! Hymen, Hymenee, e coll’altro Talassia, parola quest’ultima della quale i Romani del tempo di Orazio non comprendevano tampoco il senso. Il corteggio giungeva avanti la casa del marito, dove veniva alla sposa presentato il fuoco e l’acqua; il primo, il lettore già lo sa, emblema della divinità domestica: la seconda è l’acqua lustrale che serve alla famiglia per tutti gli atti religiosi. Allora lo sposo, a simulare il ratto, sollevava la sposa nelle sue braccia e la portava in casa, senza che i piedi di lei toccassero la soglia.