Il supremo comandante era poi, come dissi, l’Imperatore, imperator, a cui obbedivano cittadini e confederati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide, e i suoi cavalli portavano fregi militari, bardature ricche d’oro e stragulo scarlatto.
Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si dicevano tela se erano per offesa, arma se per difesa.
È a questo punto che mi richiama la speciale attenzione il Museo Nazionale di Napoli, dove colle armi e cogli attrezzi militari e guerreschi di varii altri musei privati, o rinvenuti altrove, si accolsero quelli che si trovarono negli scavi d’Ercolano e di Pompei. Nel dire di questa parte interessantissima del napoletano Museo, mi varrò dell’accurato Catalogo, che come degli altri oggetti tutti riguardanti altre classi, così di questa diligentissimamente delle armi, compilò l’illustre Commendatore Fiorelli, del quale non è parola che basti a dir quanto delle preziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che fu da lui pubblicato in Napoli nell’anno 1869 nella Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.
Giovi premettere un cenno storico intorno all’ordinamento di tale Raccolta, quale il Fiorelli fe’ precedere al suo Catalogo.
Innanzi che si ponesse mano ad un più ragionevole ordinamento del Museo, le armi antiche che si possedevano erano confuse agli utensili domestici di bronzo: il galerus, l’ocrea, la fibula, i pugiones, e le parmæ, oggetti d’abbigliamento o stromenti militari, trovavansi in buona compagnia coi cacabi, e i lebetes, gli ahena, i clibani e gli infundibula. Argomenti il lettore qual relazione vi avessero, oltre l’avere comune il metallo ond’erano formati, cioè il bronzo.
Ora le Armi Antiche hanno una distinta collocazione, divisa la raccolta in tre classi.
La prima è delle armi greche, le quali provenute da sepolcri di remota antichità, e per lo più ricchi di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell’Italia Meridionale anteriori al dominio di Roma, trovate nei luoghi di Ruvo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Canosa; ma siccome esse punto non riguardano Pompei ed Ercolano e neppure quell’epoca che l’opera mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo nostro, non ne terrò parola.
La seconda classe è delle armi romane ed italiche, rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi del Sannio e segnatamente alle pendici del monte Saraceno presso l’antica Bovianum vetus, oggi denominata Pietrabbondante; e fra queste pur talune vennero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei.
Queste galeæ, od elmi, che per essere tutti di bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi casses, perocchè dapprima la voce galea venisse adoperata a designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto di cassis che indicava un elmo di metallo, appartengono a Pompei. L’una (n. 57 del Catalogo speciale e 3474 del generale) ha breve projectura o visiera nella parte posteriore, ove è un foro per attaccarvi la crista, con altro sulla sommità per contenere il piede del cimiero (apex), che addita avere già per avventura spettato a centurione, cui, per autorità di Polibio e di Vegezio, fregiava l’elmo un cimiero, che mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di questa galea due cerniere sostenevano le paragnatidi (bucculæ) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 3000) appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro, adattatovi all’intorno, perchè evidentemente adoperata come utensile di cucina. Egualmente si conosce essere stata mutata in trulla la terza galea (n. 62 — 3473), per l’aggiunta di un manico di ferro.
Due galeæ di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con frontale e bucculæ, aventi sul vertice una piccola falera bucata per immettervi l’apex e dietro un uncino per fermare la crista con le falde posteriori aggiunte e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli scavi d’Ercolano.