Exagitata procul non intrat fœmina limen.

Solis ara Dea maribus patet. Ite, profanæ!

Clamatur: nullo gemit hic tibicine cornu.

Talia secreta coluerunt orgia tæda

Cecropiam soliti Baptæ lassare Cotytto[165].

Dissi finalmente, nel cominciar a parlare della festa della Buona Dea, non già perchè fosse ultimata la storia della prostituzione sacra in Roma, ma perchè si assomigliassero poi tutti gli altri molti abbominevoli culti che le più abbiette passioni avevano potuto immaginare, ed ai quali piegavano anche quelle matrone romane che pur affettavano schifiltose di non volersi mescere alle orgie di Venere. Cupido, a cagion d’esempio, aveva i suoi riti; li aveva Mutino e Pertunda, Persica e Prema, Volupia e Lubenzia, Tulana e Ticone, ed altri infiniti quanti erano i modi di estrinsecar la lascivia, tutti oscenissimi iddii che si facevano presiedere ad uffici che il pudore vieta di qui spiegare.

Alla prostituzione religiosa, tenne dietro ben presto la legale, per l’affluenza a Roma delle donne forestiere in cerca di fortuna e massime delle auletridi greche condotte schiave; ma le donne che vi si dedicavano erano notate d’infamia. Imperocchè le leggi cercassero sempre di proteggere il costume, tal che le adultere venissero ne’ primi tempi ad essere condotte all’asino, e dopo essere state vittima di questo animale, andassero abbandonate al popolaccio. Ho nel capitolo della Basilica, parlando delle pene dell’adulterio, fatto cenno di quelle specialmente in vigore in Pompei, d’una specie di gogna, cioè, che all’adultera si infliggeva costringendola a percorrere le vie della città a cavalcion d’un asino col dorso volto alla testa e rimanendo così perpetuamente notate di indelebile vitupero. Ma il marchio d’infamia non impedì che ne’ tempi del basso impero femmine libere e di nobile schiatta, si dedicassero alla prostituzione, conseguendo dagli edili il brevetto relativo, che si chiamava licentia stupri, il qual consisteva nel farsi iscrivere nei ruoli meretricii col nome di nascita e con quello che adottavano nell’infame commercio, e che dicevasi nomen lupanarium e tale iscrizione che le assoggettava alla vigilanza dell’edile, implicava tal nota indelebile di infamia, che anco il ritorno alla vita onesta, il matrimonio, o qualunque potere non avevan forza di riabilitarle interamente o di farne cancellare il nome dal libro infame.

Il dichiararsi cortigiana e farsi iscrivere tale nei registri dell’edilità sottraeva l’adultera alle severe pene dell’adulterio, e sotto l’impero — incredibile a dirsi — furon viste figlie e mogli di senatori inscrivervisi sfrontatamente. Le matrone poi per abbandonarsi alla vita dissoluta e sottrarsi al rigore delle leggi, vestivansi da schiave e prostitute, esponendosi a que’ publici oltraggi cui le schiave e le prostitute non avevano dritto a reclamo. Si sa di Messalina moglie di Claudio imperatore, per l’episodio che di sfuggita accennai più sopra, narrato da Giovenale, ch’essa, togliendosi al talamo imperiale, sotto le vesti ed il nome di Licisca, si offerisse nel più lurido lupanare di Roma agli abbracciamenti di schiavi e mulattieri, e così spinse la impudenza nella libidine, che durante un viaggio dell’imbecille marito, immaginò di contrarre publicamente un secondo imeneo con Silio, lo che peraltro costò a quest’ultimo la testa. Nè più savia fu l’altra moglie di Claudio, Urgalanilla; nè migliori erano state quelle altre impudiche imperiali, che furono Giulia, Scribonia e Livia; nè la Ippia, moglie del senatore Vejentone, che abbandonando marito e figli seguì delirante Sergio, il guercio gladiatore, comunque coperto di schifose deformità; nè Domizia, adultera con Paride istrione.

Giovenale, nella succitata Satira sesta, denunzia che non poche mogli di cavalieri, di senatori e di più illustri personaggi si abbandonassero a’ gladiatori ed istrioni, che avevano saputo piacer loro, e nella terza satira accenna alla deplorevole introduzione nelle primarie famiglie de’ frutti di questa infame prostituzione, quando toccando della legge d’Ottone che nell’anfiteatro aveva assegnato i posti alle varie classi di spettatori, grida:

Exeat inquit,